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Lo studio, di un team internazionale di ricercatori, coordinato dall’ISP-CNR, pubblicato su ‘Atmosphere’, ha individuato due possibili cause: il maggiore riscaldamento dell’Artico e l’aumento della temperatura della superficie del Mare Adriatico, che chiariscono l’anomalia dei piccoli ghiacciai delle ‘Alpi Giulie’, a bassa quota, che, invece di scomparire a causa del riscaldamento globale, come nel resto delle Alpi, sono resilienti e stabili da circa 15 anni.

di Piero Mastroiorio —

Una ricerca, open access, che faparte di una edizione speciale dal titolo ‘Interactions between the Cryosphere and Climate Change‘, dal titolo ‘Recent Increases in Winter Snowfall Provide Resilience to Very Small Glaciers in the Julian Alps, Europe‘, pubblicata, sulla rivista ‘Atmosphere’, da un team internazionale composto da ricercatori dell’ ISP-CNR, Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche, dell’Aberystwyth University in Galles (Uk), dall’ICPT, International Center for Theoretical Physics, dall’Università di Trieste, dall’Università di Udine, dall’Eotvos Lorànd University di Budapest (Hu), giustifica, con l’aumento degli estremi nevosi nel settore alpino orientale, le cause alla base della resilienza dei piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie.

la stazione meteorologica del Monte Canin, Alpi Giulie, con 5 metri di neve al suolo

Lo studio mette in luce come, non sempre, tanta neve, in un inverno, sta significare freddo. Infatti, tendenzialmente, si stanno registrando inverni sempre più miti rispetto a quelli trascorsi, quando le estati, più fresche, facevano fondere meno neve sulle Alpi e i ghiacciai restavano in equilibrio, come spiega il ricercatore dell’ISP-CNR, Renato R. Colucci, capo del team di ricerca, che lavora sui piccoli residui glaciali delle Alpi Giulie da oltre 10 anni, nonché, presidente della Società meteorologica alpino-adriatica, sottolineando: «Anche quest’anno sulle Alpi, e in particolare sul settore centro orientale, si sono verificate nevicate molto intense e frequenti che hanno portato la somma degli accumuli nevosi a toccare già i 10 metri a 1800 m di quota nelle Alpi Giulie. Annate con accumuli eccezionali e molto superiori alla norma si sono verificate con cadenza frequente negli anni 2000 come ad esempio negli inverni 2019-20, 2013-14, 2008-09 e 2000-01, oltre che a questo ultimo inverno. L’ingente strato nevoso deposto al suolo, in particolare in aree come le Alpi Giulie dove già piogge e nevicate sono tra le più elevate di tutta Europa, è così in grado di bilanciare l’aumentata fusione estiva dovuta a estati che risultano sempre più lunghe e sempre più calde a causa del riscaldamento globale.».
Misurando i bilanci di massa di tutti i piccoli corpi glaciali di questo settore alpino dal 2006 al 2018, i ricercatori hanno constatato un bilancio di massa complessivo leggermente positivo nel corso degli ultimi 13 anni, in totale controtendenza con quello che avviene su tutti gli altri ghiacciai alpini che, invece, vivono una fase di rapida contrazione e scomparsa con continui bilanci di massa fortemente negativi, dovuti proprio al riscaldamento globale, come sottolinea Renato R. Colucci: «Siamo andati a cercare quale potesse essere la causa di questa che potremmo definire “l’anomalia giuliana delle Alpi”. Oltre, ai fattori topografici che facilitano un maggiore accumulo da valanga, la causa più rilevante sembra essere quella legata proprio agli eventi estremi indotti dal riscaldamento globale.

le Alpi Giulie dopo le nevicate estreme dell’inverno 2020-21
con spessori di neve tra 3 e 5 metri

Nell’Artico il riscaldamento sta procedendo a un ritmo molto più serrato rispetto alle nostre latitudini. Uno degli effetti predominanti è la drastica riduzione del ghiaccio marino che contribuisce agli effetti di amplificazione del riscaldamento. Questo effetto prende il nome di ‘Amplificazione artica’ e sta modificando la traiettoria della circolazione globale dell’emisfero settentrionale (onde di Rossby). I flussi atmosferici, che sono come delle onde che si muovono da ovest verso est, tendono ad essere più sviluppate in latitudine e si muovono più lentamente verso est facilitando così le ‘situazioni di blocco‘, quelle, cioè, che portano il tempo meteorologico abloccarsiper lunghi periodi di tempo nel medesimo luogo. Ecco, ad esempio, possono persistere per periodi più lunghi correnti marittime cariche di umidità e portatrici di precipitazioni che affluiscono verso montagne, già di per sé con alta nevosità, oppure lunghe fasi di caldo estivo eccezionale come si verifica sempre più di frequente negli ultimi decenni.».
L’ipotesi è stata formulata partendo da vari studi condotti su questo argomento negli ultimi anni che descrivono come queste modifiche impattino sulla meteorologia dell’Europa e del Mediterraneo, come conclude il ricercatore del Cnr-Isp e capo del team di ricerca, Renato R. Colucci: «A livello locale, l’aumento della temperatura superficiale del mare Adriatico esalta ulteriormente l’effetto iniziale portando maggiore energia verso le montagne sotto forma di precipitazioni più intense. Il rovescio della medaglia, però, è che la pioggia tende a sostituirsi alla neve via via a quote sempre più elevate, complice anche in questo caso il riscaldamento globale. Alpi Giulie a parte, eccezione assieme forse ad altri settori limitati delle Alpi Orobie e Marittime, la criosfera alpina è in rapida trasformazione e nel giro di una trentina d’anni quasi tutti i ghiacciai al di sotto dei 3500 m saranno verosimilmente ormai scomparsi, ma il destino di queste residue forme glaciali minori sembrerebbe essere non così scontato, come si pensava.».

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