IL CAMPANILE
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Trecento economisti per un salvare l’Europa |
Nel documento sottoscritto ed inviato agli
esponenti politici italiani ed europei
firmato da trecento autorevoli economisti
italiani e stranieri, tra cui De
Cecco, Nuti,
Artoni, Bosi,
Paladini, Pivetti,
per citare solo alcuni italiani, perché
l’Italia non accetti supinamente politiche
errate e controproducenti che ci sono “richieste
dall’Europa” e che peggioreranno
irrimediabilmente la crisi nostra e
dell’Unione, si legge: “In questo
difficile momento il paese ha bisogno di un
governo autorevole che agisca con
determinazione sia all’interno che nel
quadro europeo e globale. Pur non
nascondendo le gravi responsabilità che
competono a buona parte della classe
dirigente nazionale per non aver saputo
attuare politiche che favorissero lo
sviluppo del paese, la stagnazione
dell’economia italiana nell’ultima decade
trova la sua principale spiegazione
nell’ambito del contesto macroeconomico
europeo, e in particolare nell’assenza,
nella costruzione dell’Unione Monetaria, di
un quadro di politiche fiscali e monetarie
coordinate volte alla crescita, alla piena
occupazione, all’equilibrio commerciale fra
gli stati membri, e a una maggiore equità
distributiva nei paesi e fra i paesi.
La crisi europea e il suo aggravamento, in
particolare con l’attacco ai titoli del
debito pubblico italiano, trovano la loro
origine in questa assenza e sono solo
parzialmente riconducibili alla progressiva
caduta di credibilità del governo sinora in
carica. La mancata iscrizione tra i compiti
della Banca Centrale Europea del
tradizionale ruolo di prestatore di ultima
istanza nei confronti dei debiti sovrani ha
contribuito ad esporre all’attacco i titoli
del debito italiano e di altri paesi
europei. Le misure intraprese dai paesi
dell’Eurozona per sostenere i debiti
sovrani, e in primo luogo il cosiddetto
Fondo Salva-Stati, risultano del tutto
insufficienti anche per i debiti delle
economie più piccole, e a maggior ragione
per quelli dei paesi più grandi. Per di più
le misure di restrizione dei bilanci
pubblici che vengono richieste in cambio di
quegli aiuti hanno aggravato la recessione e
la stessa crisi finanziaria nei paesi
beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza
una bussola. Per l’opposizione del paese più
forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha
persino respinto la proposta di una
emissione di Diritti Speciali di Prelievo da
parte del Fondo Monetario Internazionale a
sostegno dei debiti sovrani sotto attacco.
Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione
Monetaria e del Mercato Unico, e la
stabilità economica europea e globale.
I firmatari di questo appello ritengono che
la grave situazione attuale nelle sue cause
contingenti e di lungo periodo non possa
essere affrontata se non nel quadro di un
progressivo mutamento dell’insieme delle
politiche economiche europee, fatte salve le
azioni di politica economica che l’Italia
deve intraprendere al suo interno. Siamo per
un più pieno coordinamento delle politiche
fiscali, monetarie e salariali in Europa,
che includa a pieno titolo la piena
occupazione fra gli obiettivi. Per questo
siamo fermamente contrari alla iscrizione
nelle Costituzioni nazionali della clausola
del pareggio del bilancio pubblico.
In queste circostanze riteniamo che il nuovo
esecutivo debba rapidamente muoversi nelle
sedi europee appropriate, con la necessaria
determinazione e le necessarie alleanze
politiche, per ottenere una garanzia ferma e
illimitata della BCE sul debito sovrano
italiano e degli altri paesi dell’Eurozona,
volto a ricondurre i tassi di interesse ai
livelli pre-crisi -intervento da tempo
sostenuto anche dall’Amministrazione
americana e da molti autorevoli economisti
di diverso orientamento teorico. Riteniamo,
anche in questo caso con il conforto di
opinioni diffuse tra gli economisti, che
politiche di riduzione dei debiti pubblici
siano in questa fase controproducenti, e
reputiamo quindi che la richiesta nei
riguardi della BCE vada accompagnata da un
impegno non già all’abbattimento, ma bensì
alla stabilizzazione del rapporto debito
pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi
in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o
politico, che si configurasse invece come
mero esecutore delle richieste europee,
quali espresse nelle scorse settimane,
determinerebbe un aggravamento della crisi
economica e finanziaria in Italia e in
Europa, con devastanti conseguenze sociali e
l’insostenibilità degli attuali accordi,
monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella
denuncia di tali pericoli, il Governo
italiano si dovrebbe pertanto fare promotore
in ambito europeo e del G-20 di politiche
fiscali, monetarie e salariali concertate
volte al rilancio della domanda aggregata,
in particolare da parte dei paesi in forte
avanzo commerciale.
La riduzione dei tassi, accompagnata
dall’impegno alla stabilizzazione del
rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche
internazionali espansive libererebbe nel
nostro paese risorse per la crescita sia dal
lato del sostegno della domanda interna che
del rilancio della competitività. Riteniamo
in particolare che tali risorse - assieme a
quelle che dovranno provenire da una seria
lotta all’evasione fiscale, da un'imposta
che colpisca i patrimoni su base regolare e
annua e non una tantum, e dalla
razionalizzazione della spesa pubblica
(inclusi i costi della politica) - vadano
prioritariamente destinate alla riduzione
del carico fiscale sul lavoro, con un
aumento dei salari netti, al sostegno di
istruzione, ricerca e cultura, all’aumento
degli investimenti per l’industria pubblica
e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente,
all’efficienza della giustizia e della
pubblica amministrazione, alla difesa della
legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più
autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in
Europa chiedendo e restituendo fiducia al
popolo italiano.”.