IL CAMPANILE
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Sull'evasione fiscale Governo come “don Abbondio” |
di Massimo Donadi
Ci voleva più coraggio. Dall’evasione
fiscale all’asta sulle frequenze televisive,
dall’Ici sui beni della Chiesa ai tagli, ma
quelli veri, sui costi della politica. Noi
non chiedevamo meno tagli o sacrifici ma
solo che fossero distribuiti in maniera più
equa. Si dice che il coraggio chi non ce
l’ha non se lo può dare: in questa manovra è
mancato completamente. Non solo per il modo
in cui è stata concepita ma per la
sostanziale indisponibilità del governo ad
aprirsi al confronto sulle modifiche
proposte dai vari gruppi parlamentari.
Voglio in particolare soffermarmi sul
complesso di emendamenti che IdV ha
presentato in materia di evasione fiscale e
che avrebbero rappresentato una vera e
propria rivoluzione, capace di sconfigger
l’evasione, mandando al tempo stesso in
pensione per sempre studi di settore,
redditometri, e spesometri vari.
La nostra proposta era semplice e da subito
operativa. L’Agenzia delle Entrate, infatti,
ha già oggi a disposizione una massa enorme
di informazioni che le derivano in parte da
una propria enorme banca dati, messa a punto
in questi anni, e la possibilità di accedere
alle banche dati del sistema bancario e
degli intermediari finanziari.
Nelle sue linee essenziali la nostra
proposta era di una semplicità straordinaria
e partiva da un presupposto ovvio: i redditi
evasi e i pagamenti ricevuti in nero, nella
loro stragrande maggioranza, vengono prima o
poi fatti transitare dall’evasore, prima di
essere spesi, attraverso una banca o un
intermediario finanziario. Sarebbe, quindi,
sufficiente che l’agenzia delle Entrate si
facesse trasmettere ogni anno da tutti gli
operatori finanziari operanti nel nostro
paese, il saldo delle uscite di denaro dai
propri conti o depositi di ogni titolare di
un codice fiscale.
Questo importo, che rappresenta tutte le
spese sostenute da un soggetto nel corso di
un anno per qualunque causa o titolo,
avrebbe potuto poi essere incrociato con i
redditi dichiarati da quello stesso soggetto
nell’anno precedente. Ogni volta, che non vi
fosse stata congruità tra redditi dichiarati
e spese effettuate sarebbe bastato
attribuire alle Agenzie delle Entrate il
potere di avviare autonomamente un procedura
di accertamenti fatta di diversi passaggi.
In primo luogo, invitare il contribuente, in
presenza di spese maggiori ai redditi
dichiarati, a dimostrare la provenienza
delle maggiori disponibilità di denaro. Per
capirci, un contribuente onesto potrebbe
aver venduto un immobile, o ereditato una
somma, o contratto un mutuo o un prestito
con una banca. In tutti i casi in cui le
giustificazioni del contribuente non fossero
state puntuali e convincenti sarebbe partito
un vero e proprio accertamento fiscale.
Questo sistema, che nei suoi principi
fondamentali è molto semplice, e che abbiamo
elaborato con docenti della Bocconi
e della Cattolica di Milano, è,
pari pari, la riproposizione del sistema
attualmente vigente negli Stati Uniti, che
ha permesso a quel paese di debellare
l’evasione fiscale e di sferrare un duro
colpo alla criminalità organizzata, che ha
liquidità, ma non sa spiegarne la
provenienza.
Questo sistema non solo non lascia
scappatoie agli evasori, ma addirittura
conduce a comportamenti virtuosi. Infatti,
chi ha speso 100 sa che non può dichiarare
10 altrimenti, a differenza di quanto accade
adesso, dove l’accertamento fiscale è un
rischio remoto, incorrerebbe immediatamente
nell’accertamento. Sia chiaro che oggi
l’Agenzie delle Entrate ha già gli strumenti
informativi e informatici per avviare questo
processo. Basterebbe solo l’input politico
per accendere il bottone.
La nostra proposta non è stata presa in
considerazione dal governo. Spiace e molto
che di fronte al nostro metodo, semplice e
infallibile, il governo abbia preferito la
via di Don Abbondio.