Aggiornamento 28 marzo 2011
LUCERA il 24 marzo 2011

La UIL ha ricordato le
Fosse Ardeatine e
le vittime Bucci


Molti l’hanno dimenticato. Pochi l’hanno ricordato. Il 24 marzo è una data importante per passare inosservata, perché la memoria va a Bucci Umberto e Bruno, rispettivamente padre e figlio, martiri delle Fosse Ardeatine.
La UIL ha voluto riportare alla memoria questo tragico evento rispolverando una storia impressa su dei fogli dattiloscritti. E per la UIL il coordinatore locale Ennio Festa ha colto il momento di ricordare anche un altro aspetto legato ad Umberto e Bruno Bucci: «Alcuni mesi fa, rivolgendomi al Sindaco Pasquale Dotoli, gli ho ricordato che nell’Ufficio di Gabinetto di Palazzo Mozzagrugno c’era una medaglia d’oro in ricordo delle due vittime delle Fosse Ardeatine». Secondo Festa quella medaglia era lì fino al periodo in cui era Sindaco di Lucera, Biagio Di Giovine. «Può darsi che sia stata spostata presso il Museo Civico o in qualche altro luogo sicuro, questo non lo so. Ricordo solo che era nell’Ufficio di Gabinetto e spero che venga ritrovata per rivendicare una testimonianza sempre viva.».
Umberto nacque a Lucera da Vincenzo e Massariello Maria in via Belvedere n. 9 (oggi via Bucci, nei pressi di piazza Nocelli). La famiglia era composta di nove figli di cui Umberto era il secondo; il capo famiglia era falegname ed avviò allo stesso mestiere il figlio, dopo che questi aveva completato le scuole elementari; frequentò la bottega di Rucci Salvatore (noto come “Mast’ Bommino”) e di Ciampi. Prestò servizio militare nell’arma dell’aeronautica; vi rimase, poi, nel Genio Spe-cialisti, addetto alla costruzione dei dirigibili avendo frequenti contatti con Umberto Nobi-le (divenuto poi generale).
Sposato con Elena Brenda ebbe da questa tre figli, fra cui Bruno, ultimo nato.
Dopo il servizio militare continuò a lavorare da civile nel medesimo stabilimento, per 13 anni; divenne dirigente sindacale e rappresentante nella Carriera del Lavoro. Non dimenticando di affinare le sue nozioni, si iscrisse all’Università Popolare Proletaria.
All’avvento del fascismo, nel 1922, venne invitato dal Ministro delle Corporazioni, Rossoni, ad entrare nelle fila fasciste, ma egli rispondeva invariabilmente: «La mia coscienza non si vende». Licenziato il 10 luglio 1925, si diede ad aiutare la gente come meglio poteva e con le risorse che gli riusciva di trovare; il suo hobby preferito era la costruzione di plastici (tra cui un ponte della Calabria che regalò al Ministero dei Lavori Pubblici). La mancanza di lavoro, che nessuno per paura gli offriva, lo indusse a chiedere l’iscrizione al fascio e quindi ebbe un posto al Ministero dei Lavori Pubblici.
Il figlio Bruno, nato a Roma, si impiegò pure lui giovanissimo al Genio Civile come disegnatore (aveva solo 17 anni). A 20 anni, nel Genio prestò servizio come militare ed avviato in Croazia, ove a Kocevie si meritò un encomio solenne all’albo d’onore per la sua missione umanitaria posta nell’aiutare i suoi compagni feriti o ammazzati in battaglia. A riconoscimento di ciò ebbe in premio una licenza che passò a Roma nella sua casa e qui lo colsero nella notte del 3 febbraio 1944, quando alle ore 03:00 venne arrestato unitamente a suo padre, il quale aveva cominciato a militare nelle fila del Partito d’Azione. Ciò a seguito della denunzia di un dirimpettaio, il quale aveva denunziato che in casa Bucci avvenivano delle riunioni politiche. Vennero prelevati dai fascisti della banda Cocchi di Toscana, la quale dopo due giorni di sevizie fatte loro subire nella sede di via Tasso, li consegnò al Commissariato di zona che li trasferì a Regina Coeli.
Dopo 48 giorni di detenzione, in seguito all’attentato subito da un plotone tedesco in via Rasella la sera del 23 marzo, vennero prelevati la mattina del 24, insieme ad altri 333 prigionieri politici ed avviati sulla strada delle catacombe di San Callisto. I camion tedeschi si fermarono alle cave Ardeatine ove il massacro fu compiuto. Morirono a colpi di mitra, 335 italiani, 10 per ogni tedesco ucciso dallo scoppio di una bomba nascosta in un carrettino della Nettezza Urbana.
I cadaveri vennero identificati dopo molti mesi dal genero e dal cognato, il sig. Iacomini, il quale trovò padre e figlio abbracciati in un’ultimo amplesso paterno. Nella tasca di Umberto vi erano i resti dell’ultima colazione consegnata loro la mattina del 24 marzo dai familiari alla portineria del Carcere; pane e frittata, l’ultimo pasto dei due condannati innocenti.
Al processo contro il massacratore delle Fosse Ardeatine, Kappler, Carmelina, figlia primogenita di Umberto, rivolta al “boia” disse: «Vorrei strapparti gli occhi per vedere cosa hai fatto a mio padre e mio fratello.". Si ebbe la risposta: «Il padre mi pregò di sciogliere i polsi legati con fil di ferro per poter riabbracciare il figlio.».
Iacomini li ha trovati in questa posizione: il padre abbracciava il figlio, il quale aveva ancora i polsi stretti dal filo di ferro; al collo la sciarpa di lana che lo stesso gli aveva consegnato la mattina del 24 marzo.
«Questa storia amara – racconta l’autore o l’autrice che si firma E.B. – ho potuto raccoglierla direttamente dalle labbra di Nerina, secondogenita di Umberto e sorella di Bruno, in una delle sue venute a Lucera per visitare il parente Enrico Prudenza in via A Porta Croce».

 

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