IL CAMPANILE
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La UIL ha ricordato le Fosse Ardeatine e le vittime Bucci |
Molti l’hanno dimenticato. Pochi l’hanno
ricordato. Il 24 marzo è una data importante
per passare inosservata, perché la memoria
va a Bucci Umberto e
Bruno, rispettivamente
padre e figlio, martiri delle Fosse
Ardeatine.
La UIL ha voluto riportare alla
memoria questo tragico evento rispolverando
una storia impressa su dei fogli
dattiloscritti. E per la UIL il
coordinatore locale Ennio Festa
ha colto il momento di ricordare anche un
altro aspetto legato ad Umberto e Bruno
Bucci: «Alcuni mesi fa, rivolgendomi al
Sindaco Pasquale Dotoli, gli ho ricordato
che nell’Ufficio di Gabinetto di Palazzo
Mozzagrugno c’era una medaglia d’oro in
ricordo delle due vittime delle Fosse
Ardeatine». Secondo Festa quella
medaglia era lì fino al periodo in cui era
Sindaco di Lucera, Biagio Di Giovine.
«Può darsi che sia stata spostata presso
il Museo Civico o in qualche altro luogo
sicuro, questo non lo so. Ricordo solo che
era nell’Ufficio di Gabinetto e spero che
venga ritrovata per rivendicare una
testimonianza sempre viva.».
Umberto
nacque a Lucera da Vincenzo
e Massariello Maria in via
Belvedere n. 9 (oggi via Bucci, nei pressi
di piazza Nocelli). La famiglia era composta
di nove figli di cui Umberto era il secondo;
il capo famiglia era falegname ed avviò allo
stesso mestiere il figlio, dopo che questi
aveva completato le scuole elementari;
frequentò la bottega di Rucci
Salvatore (noto come “Mast’
Bommino”) e di Ciampi.
Prestò servizio militare nell’arma
dell’aeronautica; vi rimase, poi, nel Genio
Spe-cialisti, addetto alla costruzione dei
dirigibili avendo frequenti contatti con
Umberto Nobi-le (divenuto
poi generale).
Sposato con Elena Brenda
ebbe da questa tre figli, fra cui Bruno,
ultimo nato.
Dopo il servizio militare continuò a
lavorare da civile nel medesimo
stabilimento, per 13 anni; divenne dirigente
sindacale e rappresentante nella Carriera
del Lavoro. Non dimenticando di affinare le
sue nozioni, si iscrisse all’Università
Popolare Proletaria.
All’avvento del fascismo, nel 1922, venne
invitato dal Ministro delle Corporazioni,
Rossoni, ad entrare nelle
fila fasciste, ma egli rispondeva
invariabilmente: «La mia coscienza non
si vende». Licenziato il 10 luglio
1925, si diede ad aiutare la gente come
meglio poteva e con le risorse che gli
riusciva di trovare; il suo hobby preferito
era la costruzione di plastici (tra cui un
ponte della Calabria che regalò al Ministero
dei Lavori Pubblici). La mancanza di lavoro,
che nessuno per paura gli offriva, lo
indusse a chiedere l’iscrizione al fascio e
quindi ebbe un posto al Ministero dei Lavori
Pubblici.
Il figlio Bruno, nato a Roma, si impiegò
pure lui giovanissimo al Genio Civile come
disegnatore (aveva solo 17 anni). A 20 anni,
nel Genio prestò servizio come militare ed
avviato in Croazia, ove a Kocevie si meritò
un encomio solenne all’albo d’onore per la
sua missione umanitaria posta nell’aiutare i
suoi compagni feriti o ammazzati in
battaglia. A riconoscimento di ciò ebbe in
premio una licenza che passò a Roma nella
sua casa e qui lo colsero nella notte del 3
febbraio 1944, quando alle ore 03:00 venne
arrestato unitamente a suo padre, il quale
aveva cominciato a militare nelle fila del
Partito d’Azione. Ciò a seguito della
denunzia di un dirimpettaio, il quale aveva
denunziato che in casa Bucci avvenivano
delle riunioni politiche. Vennero prelevati
dai fascisti della banda Cocchi di
Toscana, la quale dopo due giorni di
sevizie fatte loro subire nella sede di via
Tasso, li consegnò al Commissariato di zona
che li trasferì a Regina Coeli.
Dopo 48 giorni di detenzione, in seguito
all’attentato subito da un plotone tedesco
in via Rasella la sera del 23 marzo, vennero
prelevati la mattina del 24, insieme ad
altri 333 prigionieri politici ed avviati
sulla strada delle catacombe di San
Callisto. I camion tedeschi si fermarono
alle cave Ardeatine ove il massacro
fu compiuto. Morirono a colpi di mitra, 335
italiani, 10 per ogni tedesco ucciso dallo
scoppio di una bomba nascosta in un
carrettino della Nettezza Urbana.
I cadaveri vennero identificati dopo molti
mesi dal genero e dal cognato, il sig.
Iacomini, il quale trovò
padre e figlio abbracciati in un’ultimo
amplesso paterno. Nella tasca di Umberto vi
erano i resti dell’ultima colazione
consegnata loro la mattina del 24 marzo dai
familiari alla portineria del Carcere; pane
e frittata, l’ultimo pasto dei due
condannati innocenti.
Al processo contro il massacratore delle
Fosse Ardeatine, Kappler,
Carmelina, figlia
primogenita di Umberto, rivolta al “boia”
disse: «Vorrei strapparti gli occhi per
vedere cosa hai fatto a mio padre e mio
fratello.". Si ebbe la risposta: «Il
padre mi pregò di sciogliere i polsi legati
con fil di ferro per poter riabbracciare il
figlio.».
Iacomini li ha trovati in questa posizione:
il padre abbracciava il figlio, il quale
aveva ancora i polsi stretti dal filo di
ferro; al collo la sciarpa di lana che lo
stesso gli aveva consegnato la mattina del
24 marzo.
«Questa storia amara – racconta
l’autore o l’autrice che si firma E.B. –
ho potuto raccoglierla direttamente dalle
labbra di Nerina,
secondogenita di Umberto e sorella di Bruno,
in una delle sue venute a Lucera per
visitare il parente Enrico Prudenza
in via A Porta Croce».