Tempo di lettura: 3 minutes
Uno studio, pubblicato su ‘Cell Reports’, realizzato con il sostegno di AIRC, in collaborazione con gruppi di ricerca di ‘Istituto Regina Elena’ di Roma, ISS e ‘Campus Biomedico’ di Roma, condotto dall’IBPM-CNR, approfondisce il processo a cascata alla base dell’invasione metastatica del carcinoma ovarico.   

di Piero Mastroiorio —

Uno studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports, realizzato, dal gruppo di ricerca dell’IBPM-CNR, Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche, di Roma, diretto da Laura Rosanò, con il sostegno di AIRC, Fondazione per la Ricerca sul Cancro, in collaborazione con gruppi di ricerca di Istituto Regina Elena di Roma, l’ISS, Istituto Superiore di Sanità, nonchè il Campus Biomedico di Roma, oltre ad aprire interessanti prospettive applicative, mette in luce come nelle pazienti con carcinoma ovarico avanzato, le cellule tumorali mostrano una propensione a formare metastasi in alcuni organi intraperitoneali, in particolare l’omento, formazioni peritoneali sierose, che si estendono rispettivamente dallo stomaco al colon trasverso e dalla faccia inferiore del fegato al duodeno, inizialmente aderendo e attraversando le cellule mesoteliali, un tessuto che riveste come una sottile pellicola la superficie delle membrane sierose, che “foderano” la parete interna di torace, addome e lo spazio intorno al cuore e, successivamente, invadendo e colonizzando nuovi tessuti. Lo studio, soprattutto, dimostra, come sia fondamentale, non solo per capire come le cellule tumorali diventano più aggressive, ma anche per identificare possibili bersagli molecolari al fine di bloccare il processo metastatico, identificare i potenziali nodi di vulnerabilità nelle interazioni tra le proteine coinvolte in questi processi, come spiega la ricercatrice IBPM-CNR, Laura Rosanò: «In questi processi, le cellule tumorali formano protrusioni invasive, chiamate ‘invadopodi’, attraverso cambiamenti dinamici e coordinati del proprio citoscheletro di actina, e la secrezione di enzimi che degradano la matrice extracellulare.

Con la nostra ricerca abbiamo identificato una nuova via di segnalazione che comprende diverse proteine che agiscono a staffetta: la segnalazione, guidata dal recettore A dell’endotelina, coinvolge le proteine -arrestina1 e ILK; quest’ultima, a sua volta, attiva a cascata un’altra proteina segnale, la GTPasi Rac3, favorendo l’attivazione dell’invadopodio. Inoltre i nuovi dati chiariscono per la prima volta il ruolo di queste molecole nella formazione di interazioni fra le cellule tumorali e le cellule mesoteliali per aggirare la barriera mesoteliale e sostenere l’invasione mediata dagli invadopodi.».
Studi clinici, con i pazienti, saranno necessari, per confermare questi risultati della ricerca, come conclude la ricercatrice IBPM-CNR, Laura Rosanò: «Questi risultati indicano inoltre nuovi potenziali terapeutici per il principio attivo farmacologico ambrisentan, un antagonista del recettore A già approvato per il trattamento dell’ipertensione polmonare. Ambrisentan potrebbe essere riutilizzato in queste pazienti per interferire con il processo a cascata prima descritto e limitare il potenziale metastatico delle cellule tumorali. La ricerca ha infatti dimostrato, in cellule in coltura e animali di laboratorio, che ambrisentan è efficace nell’inibire sia l’adesione agli organi intraperitoneali che la diffusione delle cellule tumorali.».

error: Content is protected !!