di Piero Mastroiorio
Come al solito: se non ci fossero stati i pochi minuti dedicati
alle Foibe dai colleghi dei telegiornali nazionali, la giornata ad esse
dedicata sarebbe trascorsa nell’indifferenza più totale. Certo che
anche per morire bisogna avere fortuna ed il sangue dei vinti non è
fortunato, per cui non va rispettato. Si parla per giorni del 27 gennaio
e del perché non bisogna dimenticare tale data e si parla per giorni
di chi si prodiga ad assicurare alla giustizia i criminali di guerra nazisti.
Fanno bene! Ma sarebbe ancora meglio se identica solerzia fosse dimostrata
anche nella ricerca di altri criminali: quelli che agivano con la stella
rossa sulla bustina, tanto per essere chiari, dei quali si conoscono, da
sempre, fatti, misfatti, nomi e luoghi di residenza. Quelli che in nome di un
ideale politico hanno prodotto nel Mondo 65.000.000 (sessantacinquemilioni) di
morti.
Parliamo proprio di quei criminali legati alle foibe, le voragini
naturali disseminate in tutta la Venezia Giulia ed Istria, molte ancora
inesplorate, usate dai croati e dagli sloveni, dal 1943 in poi, quali enormi
fosse comuni per eliminare migliaia di persone colpevoli solo di essere
italiane.
L’infoibamento era l’ultima fase della tortura: le salme
avevano i polsi legati con filo di ferro stretto con le pinze fino a spezzare
il polso.
Però a questo punto per dovere di cronaca dobbiamo dire che
ai molti cadaveri esumati in coppia, legati con filo di ferro agli avambracci,
di cui uno presentava colpi di arma da fuoco, l’altro era infoibato
vivo, trascinato giù dal compagno di sventura, dopo essere stati
portati sull’orlo della foiba con calci e bastonate, vanno affiancate
le centinaia di vittime gettate in mare con una pietra al collo. Tra queste
la famiglia del farmacista Pietro Ticina, composta dai genitori,
dalla suocera e da una bambina subirono questa triste sorte. Con disperata
energia il padre riuscì a trascinare con sé uno dei feroci
aguzzini.
Come non possiamo dimenticare le decine di lapidazioni, impiccagioni,
fucilazioni. Giuseppe Cernecca, fu costretto a portare sul luogo
dell’esecuzione un sacco di pietre con le quali venne lapidato. Altri due
suoi fratelli vennero affogati nel mare di Santa Marina.
Cosa hanno fatto i vari governi, negli oltre sessant'anni della Repubblica,
per assicurare alla giustizia coloro che si macchiarono di questi efferati
delitti?
Quanti magistrati hanno letto, presso l’archivio storico del ministero
degli Affari Esteri, le buste di documenti relativi ad “atrocità
ed illegalità” commesse dagli jugoslavi contro gli italiani nel
periodo che va dal '41 al '45?
Noi, che ci siamo documentati su quei pochi scritti esistenti, come
pure gli abitanti di Fiume, avremmo voluto conoscere la storia di intere
famiglie di quel lembo d'Italia, viste per l’ultima volta ammassate per
le piazze di Fiume e dopo scomparse per sempre. Avremmo voluto conoscere
la sorte dei tanti ufficiali e sottufficiali dell’esercito italiano segregati
nelle carceri di via Roma e dopo spariti. Volevamo avere chiarificazioni
sulle uccisioni degli autonomisti fiumani avvenute fra il 3 e il 4 maggio
del 1945, subito dopo l’arrivo delle brigate partigiane in città.
E, soprattutto, avremmo voluto sapere il perchè di queste frettolose
esecuzioni sommarie, assassinii, compiuti casa per casa. Com’è morto,
ad esempio, il dr. Mario Blasich, autonomista che da anni giaceva
paralizzato in un letto? La moglie raccontò che furono in due. Bussarono
alla porta e chiesero. - Xe in casa el dotor? - Li fece accomodare.
Dopo un po’ se ne andarono. Trovò il marito strangolato nel suo
letto.
Come morirono altri cittadini fiumani che avevano sperato nella creazione
di una Città Stato non soggetta al potere di alcun Paese? Cosa si
nasconde dietro l’uccisione di Giuseppe Sincich, giustiziato a colpi
di pistola? Dietro a quella del dr. Nevio Skull, padrone della fonderia
Skull, la cui storia rimane in verità ancora più misteriosa?
E i senatori Bacci e Gigante?
A diramare questa triste matassa di morti misteriose, assassinii, ci
provarono alcuni colleghi giornalisti con un intervista ad un uomo il cui
nome nulla può dirci, ma che per gli esuli di Fiume, e per quanti
là, volenti o nolenti, rimasero, per gli stessi slavi del Golfo
del Carnaro, quel nome s’associa, con un doloroso riflesso condizionato
dell’anima, all’idea delle foibe: Oskar Piskulìc.
Il famoso Zuti, nato a Fiume nel 1920, "eroe" della Guerra Popolare
di Liberazione, attivista di spicco del movimento comunista, iscritto al
Partito dal 1941, entrato subito nella resistenza, sia durante la guerra
che dopo, svolgerà sempre funzioni di polizia. Al termine del conflitto
diviene uno dei capi dell’Ozna, la polizia segreta che più
tardi prenderà il nome di Udba. Questo è tutto quello
che i colleghi sono riusciti a sapere su Oskar Piskulìc, tentando
persino un’intervista, cercarono di avere dei chiarimenti sia sulla sua
attività di quegli anni sia su alcuni fatti della storia rimasti
oscuri. Tante cose avrebbero potuto sapere, ma non seppero nulla perché
lo stesso Oskar Piskulìc confidò loro di essere legato da
un giuramento che è comune a tutti i membri della polizia segreta:
quello di non rivelare mai, in vita, nemmeno per iscritto, nemmeno tramite
memorie depositate, quello che conosce.
Per far conoscere tutto questo alle ore 10,30 del 10 febbraio 2009 ad opera
dell’Amministrazione comunale di San Severo in Largo Vittime delle Foibe, alcuni esponenti
politici della Città e l'Assessore alla Cultura, Michele Monaco, hanno deposto una corona
d’alloro sul cippo in pietra, vittima da sempre di atti vandalici.
Il Sindaco della Città, avv. Michele Santarelli, non presente
alla manifestazione, ha fatto pervenire alla cittadinanza il seguente messaggio:
"L’Amministrazione
Comunale di San Severo desidera rivolgersi a tutte le Istituzioni scolastiche
della Città per una riflessione comune sul GIORNO DEL RICORDO. L’odio e la
pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del
Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati.
Riflettiamo sui principi ispiratori della legge del Parlamento che ha istituito
il Giorno del Ricordo: “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli
italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli
istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda
del confine orientale”.
La Seconda Guerra Mondiale, scatenata da regimi dittatoriali portatori di
perverse ideologie razziste, ha distrutto la vita di milioni di persone nel
nostro continente, ha dilaniato intere nazioni, ha rischiato di inghiottire la
stessa civiltà europea. Una civiltà che oggi deve essere fatta di umanità,
rispetto per “l’altro”, fede nella ragione e nel diritto, solidarietà. Le
prevaricazioni dei totalitarismi non sono riuscite a distruggere questi
principi: essi sono risorti, più forti che mai, sulle devastazioni della guerra;
hanno cementato la volontà degli europei di perseguire, uniti, obiettivi di pace
e di progresso. In questa Europa di fratellanza e di pace, le minoranze non
possono più essere vittime di divisioni e di esclusione, ma fonte e simbolo di
rispetto e di arricchimento reciproco, di dialogo e di costruttiva
collaborazione.".
A Cagliari Lotta Studentesca, nel Giorno del Ricordo ha chesto l'intitolazione
di un'aula a Norma Cossetto, e durante il presidio, in memoria delle migliaia di
italiane e italiani gettati nelle voragini carsiche nel periodo che andò dall’8
settembre 1943 sino al dopoguerra, vittime innocenti della barbarica pratica
omicida tanto cara agli invasori comunisti di Tito, in
Piazza dei Centomila, Matteo Bruzzi, Responsabile Cittadino di
Lotta Studentesca, ha così dichiarato: "Quest’anno abbiamo
intenzione di distinguerci da coloro che prendono parte a questo evento non
spinti da autentico e spontaneo sentimento patriottico, ma soltanto al fine di
ottenere visibilità e tornaconto personali. Per questo, intendiamo anche
rivolgerci al Comune, alla Provincia e all’amministrazione di Cagliari, affinchè
nei nostri istituti scolastici possa essere intitolata un’aula a Norma Cossetto,
giovane donna torturata, violentata e gettata dai partigiani comunisti nella
voragine di Villa Surani nel settembre del 1943. Il suo martirio è stato
insignito con la medaglia d’oro al valore civile: riteniamo pertanto che la sua
figura debba essere ricordata dalle nuove generazioni; in questo senso chiediamo
che il suo nome rimanga immortale, imprimendolo in un luogo in cui i nostri
giovani possano imparare la storia d’Italia, anche nelle parti che certa
“cultura” di oggi tende a lasciare in penombra”.
Ricordo ancora le parole di alcuni esuli istriani presenti nella nostra Città
nel Giorno del Ricordo del 10 febbraio 2004, i quali così commentarono:
"….Il gesto di questa mattina è
profondamente significativo perchè ancora una volta vuole ricordare
la verità storica che spesso viene negata…. Non ultimo la recente
rimozione della targa posta su questo sasso.… Ringraziamo le scolaresche,
gli studenti, gli insegnanti i quali vorremmo stimolare affinché
parlino della verità storica, perchè ancora oggi essa è
taciuta….. Vorremo stimolare gli studenti affinchè propongano ai
propri insegnanti di parlare delle vicende italiane giuliano-dalmate perchè
si ricordi che fino al ’47 la regione Istria-Fiume-Dalmazia era una regione
estesa come la Puglia, terra italianissima, ridotta a poco più di
un lembo dopo il ’47, scomparsa del tutto perché ceduta nel ’75…...
Speriamo che nel 2004, dopo 60 anni, si possa parlare di queste cose finalmente
dette con verità, fuori da ogni estremismo. Crediamo che l’Amministrazione
comunale di San Severo, e ne diamo atto ancora una volta, ha dimostrato
di mettersi dalla parte della verità storica punto e basta.... Chi
non sta da questa parte sicuramente esso stesso si squalifica...."
Ma più che squalificarli tali individui vanno qualificati come
protettori degli assassini dei senatori del Regno Icilio Bacci (arrestato
il 21 maggio 1945) e Riccardo Gigante (arrestato il 4 maggio 1945),
alla cui memoria il Senato della Repubblica non ha dedicato alcun ricordo,
furono arrestati e uccisi a Fiume, a guerra finita, per volontà
di Piskulìc (che fino al 1994 continuava a vivere tranquillamente
a Fiume). Di Carlo Colussi (già podestà di Fiume)
e sua moglie Nerina Copetti, di Rodolfo Moncilli, Mario
Blasich, Angelo Adam, sua moglie Ernesta Stefancich e
sua figlia Zulema, del panettiere Nicolò Cattaro,
di Lucia Vendramin, Giuseppe Sincich, Nevio Skull,
del prof. Gino Sirola, ultimo podestà di Fiume dopo l’8 settembre
1943 e riconfermato il 9 febbraio 1944, che, arrestato dai titini
a Trieste il 3 maggio 1945, fu riportato a Fiume nella villa Rippa trasformata
in carcere e luogo di torture, da dove poi scomparve, di Margherita
Sennis e sua figlia Gigliola, di Angela Neugebaucr, crocerossina
più volte decorata e tanti altri. Migliaia
Migliaia di morti che secondo gli esuli istriani vanno imputati a Jovo
Mlademe, Vicko Lorkovic Minack, Milan Cohar, Norino
Nalato e Giuseppe Domancich (detto Bruno) che insieme
a Oskar Piskulìc, Zuti, e a sua moglie, una certa Marghitic,
operarono a Fiume contro gli italiani. Migliaia di delitti commessi dagli
“eroi partigiani” che non possono essere annoverati tra i “crimini
di guerra”, perché commessi a guerra ormai finita, ma tra i “crimini
contro l’umanità”, imprescrittibili nel tempo. La nostra solerte
Repubblica da sessant'anni a caccia dei più disparati criminali
di guerra cosa ha fatto per assicurare alla giustizia detti "eroi"? Sono
state avviate domande di estradizione? Si è iniziato un procedimento
penale a loro carico? A tutt’oggi nulla s’è fatto. Perché
? Perché ci sono ancora i morti buoni e quelli cattivi, quelli,
per intenderci, che essendo stati uccisi (e i loro corpi gettati chissà
dove) per il solo fatto di essere italiani, quindi fascisti, non destano
interesse alla giustizia degli uomini, perché rappresentano i vinti!
E i vinti hanno sempre torto!