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BONAZZI: «Siamo preoccupati, perché non ci fidiamo della ‘triplice’. CGIL, CISL, UIL, ci riprovano, ma noi sappiamo bene che sul tema loro hanno già fallito più volte, mortificando i lavoratori. Anche in questa occasione, alle altre organizzazioni sarà servito un piatto già cotto e in parte anche mangiato. Dovranno cioè firmare un testo già precostituito e anche già firmato che non hanno contribuito a formare. Non vorremmo che fosse l’ennesima legittimazione della ‘triplice’ e passasse per la svendita dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni e del loro ruolo essenziale nel paese.».

di Redazione —

L’appuntamento è fissato per oggi, 10 marzo 2021, nella sala Verde di Palazzo Chigi, la stanza simbolo della concertazione tra parti sociali e governo e ci sarà anche Mario Draghi, segno dell’importanza dell’evento. Verrà siglato il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” voluto dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, la cui intenzione è mettere al centro del progetto di ricostruzione proprio il lavoro pubblico, dalla scuola, alla sanità, ai dipendenti degli enti locali, il patto parlerà di reclutamento, retribuzioni e smart working.

Segretario Generale di FSI-USAE

«La pandemia ha pesato di più sull’economia del lavoro autonomo, ma sono stati e sono i lavoratori della sanità pubblica la vera trincea contro il Covid-19.  CGIL, CISL, UIL ci riprovano, ma noi sappiamo bene che, sul tema, loro hanno già fallito, più di una volta, mortificando i lavoratori», commenta Adamo Bonazzi, Segretario Generale di FSI-USAE, che spiega: «Il punto è che la PA di oggi, schiacciata da lunghi anni di organici congelati e di mancate innovazioni, sarebbe una macchina inadeguata per la corsa imposta dal ‘Recovery’. Brunetta ha annunciato che agirà su tre fronti: lo sblocco dei concorsi e delle procedure già avviate, la modifica dei sistemi di reclutamento nella Pubblica amministrazione e la messa a punto di percorsi specifici per selezionare gli specialisti destinati all’attuazione degli investimenti del Recovery Plan. Quest’ultimo punto è considerato il più urgente. Poi entro 4-5 settimane saranno definite delle norme speciali, per permettere l’assunzione a termine degli esperti e dei professionisti necessari. È probabile, che, le norme, siano inserite in un decreto legge ad hoc, una cornice che servirà a mettere al centro del Recovery Plan la pubblica amministrazione. Per portare a termine i concorsi già avviati e bloccati dalla pandemia, saranno rivisti i protocolli anti-Covid e messe a disposizione tutte le strutture pubbliche in grado di ospitare le selezioni in sicurezza.».

Per accompagnare tutto questo in campo ci sarebbero anche 700.000.000 di € da destinare ai cosiddetti livelli professionali. Risorse extra, che andrebbero ad aumentare il bacino da 3.800,000.000 di € destinato al rinnovo dei contratti, ma sotto le forbici ispirate dal Recovery potrebbe finire anche il vincolo dell’Art. 23, comma 2 del decreto attuativo della riforma Madia (Dlgs 75/2017) che impedisce agli enti pubblici di destinare al trattamento accessorio una somma superiore a quella del 2016, perché la prima urgenza è quella di aprire le porte ai tempi determinati per i progettisti e le altre professioni tecniche. È utile anche avere a disposizione le leve retributive per trattenere le professionalità nelle amministrazioni pubbliche. Il congelamento dei premi è un ostacolo non piccolo e per superarlo serve anche un nuovo sistema di valutazione. Un’altra sfida non banale. Alla vigilia del recovery plan si parla un’altra volta di riforma della pubblica amministrazione e di patto per il lavoro pubblico. Molte delle misure annunciate saranno meglio dettagliate quando Brunetta andrà in Parlamento a illustrare le linee guida del suo dicastero.

«Ci risiamo, sembra di essere nel 1993, quando l’accordo del governo Ciampi, sempre con la ‘triplice’, ingabbiò gli stipendi di tutti i lavoratori dentro l’indice programmato o, più miseramente, alla vigilia di quel 30 di novembre del 2016, quando per 3.300.000 di lavoratori del settore fu scritto e firmato un accordo che, dopo dieci anni di blocco contrattuale, periodo in cui gli stipendi dei lavoratori privati erano aumentati mediamente di oltre 320 €, prevedeva che nei contratti PA fosse sancito un aumento medio di 85 € lordi mensili. Siamo preoccupati, perché non ci fidiamo della ‘triplice’. CGIL, CISL, UIL, ci riprovano, ma noi sappiamo bene che sul tema loro hanno già fallito più volte, mortificando i lavoratori. Anche in questa occasione, alle altre organizzazioni sarà servito un piatto già cotto e in parte anche mangiato. Dovranno cioè firmare un testo già precostituito e anche già firmato che non hanno contribuito a formare. Non vorremmo che fosse l’ennesima legittimazione della triplice e passasse per la svendita dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni e del loro ruolo essenziale nel paese. Questa volta il rilancio del paese non deve essere fatto pagare ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni centrali e locali che hanno già dato. Se è vero, che la pandemia ha pesato di più sull’economia del lavoro autonomo, è anche vero, che sono stati e sono i lavoratori della sanità pubblica la trincea contro il Covid-19. Non ci piace vedere i lavoratori del SSN pagati una miseria mentre i loro colleghi reclutati dalla protezione civile vengono pagati cinque volte tanto. Ci preoccupa che lo smart working e gli spazi di coworking possano essere la scorciatoia per lo smantellamento di interi settori della pubblica amministrazione e la cassa integrazione dei lavoratori interessati», conclude il Segretario Generale FSI-USAE, Adamo Bonazzi.

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