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L’INPS con l’invio delle lettere sul ricalcolo delle pensioni mette le mani in tasca agli anziani: cosa fare nel caso si riceve una lettera del genere che getta nel panico i pensionati?

di Redazione —

Mentre il Fisco, aggiornato alla pandemia prova a frenare, l’INPS, Istituto nazionale di previdenza sociale, ci riprova e terrorizza gli italiani con l’invio di inquietanti lettere con cui chiede la restituzione di ingenti somme ai pensionati come si legge in un articolo, pubblicato on line, lo scorso 17 marzo 2021, a firma di Ginevra Sorrentino, dal Secolo d’Italia. Correzioni “care” dovute a “errori di calcolo” sugli assegni da riformulare in base alle norme vigenti. Alla voce ricostituzione della pensione, come riportata il sito dell’INPS, si legge: «La ricostituzione della pensione consente la rideterminazione dell’importo di pensione, entro termini stabiliti da specifiche disposizioni di legge, per effetto di riconoscimento di contribuzione (figurativa, obbligatoria, da riscatto) versata o maturata in data anteriore a quella di decorrenza della pensione medesima.».

Inutile sottolineare il panico generato dalle comunicazioni dell’INPS per gli anziani dando animo alla vicenda denunciata da Il Giornale e rilanciata da Libero, insieme a molti altri organi di informazione, argomentata sulla base di due casi specifici in particolare. Due lettere firmate INPS che chiedevano la restituzione, ai malcapitati importi significativi, che vanno dai 15.000 ai 30.000 €. Casi emblematici di anziani stritolati da una macchina infernale di ricalcoli, che si traducono in richieste, a cui, i destinatari delle scioccanti lettere, non possono ottemperare. Più la domanda è pesante, più mettere mano al portafoglio, svuotato dalla crisi, inficia la possibilità di restituire i soldi all’INPS, facendo montare il panico delle conseguenze.
Per spiegare meglio quello che sta accadendo, occorre concretizzare la questione ed entrare nel merito della testimonianza riportata da Il Giornale dell’avv. Celeste Collovati, dello studio Dirittissimo, che spiega: «Uno degli ultimi casi che abbiamo seguito ha riguardato la richiesta di restituzione per importi elevati di una pensionata i cui beni sono amministrati dalla figlia. Questa signora dopo aver percepito la pensione, ormai trascorsi diversi anni, non ha mai variato il suo reddito, non avendo più lavorato né percepito alcunché. La richiesta di annullamento della somma di ben 30.000 € è stata subito inoltrata al Comitato Provinciale della sede competente, tramite i legali. Ed è stata accolta dall’Ente Competente nei tempi di legge.».
Il secondo caso, invece, riguarda una vicenda diversa, ossia la revisione, con conseguente “correzione”, relativa a una prestazione assistenziale, dove la richiesta di restituzione ammontava a 15.000 €, prevedendo il prelievo diretto sul compenso dell’assegno pensionistico mensile. Configurando un altro drammatico risvolto: con l’INPS che, dopo aver spedito la comunicazione dell’aggiornamento su calcoli, attribuzione e restituzione, passa direttamente a prelevare il dovuto. Che, nel caso in oggetto, ha significato per la pensionata destinataria della lettera choc, la decurtazione automatica di circa di circa 200 €. Fortunatamente, però, come spiega, nel suo ampio ed esaustivo servizio Il Giornale, la persona coinvolta ha fatto ricorso e lo ha vinto. Ottenendo sia l’annullamento del debito, che la restituzione di quanto sottratto dall’assegno con prelievo “coatto”.
«Il ricorso portato avanti ha avuto esito positivo. Un’indennità di accompagnamento a parere dell’Inps non era legittima dopo che era stata erogata per ben due anni. Nonostante la signora fosse totalmente priva di capacità motoria e non autosufficiente. E nonostante la percentuale di invalidità fosse al 100%, come da verbale redatto dall’Inps stesso. Il paradosso è che la prestazione assistenziale è stata confermata proprio dall’Ente stesso!», come spiega infatti l’avv. Collovati al quotidiano diretto da Sallusti.
Se dovesse accadere ciò, che cosa si può fare?
Essendo sempre più frequenti, queste “lettere-choc” dell’INPS, che, purtroppo, nella maggior parte dei casi, vede, i pensionati che non hanno la capacità o la possibilità di presentare ricorso, pagare e fare ammenda, ma è possibile difendersi preventivamente?
Meglio, la domanda che dobbiamo porci è: come replicare alle lettere sui ricalcoli di “accrediti” a detta dell’Ente non dovuti, quando l’INPS sostiene di averci pagato la pensione in maniera errata? Innanzitutto, come ricorda Il Giornale «prima di pagare meglio controllare le carte e impugnare la decisione dell’istituto di previdenza» e consultare la procedura per il recupero, che è regolata dall’Art. 52 Legge 88/1989 e dall’Art. 13 Legge 412/1991. Quindi, tenere conto che sulla vexata quaestio è intervenuta anche la Cassazione, che in un verdetto del 2017, chiaro ed esaustivo, ha sancito: «L’ente erogatore, l’Inps, può rettificare in ogni momento le pensioni per via di errori di qualsiasi natura, ma NON PUÒ RECUPERARE LE SOMME GIÀ CORRISPOSTE, a meno che l’indebita prestazione sia dipesa dal dolo dell’interessato».

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