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Sono le di   Aggiornamento 7 maggio aprile 2019
 

Una ricerca, effettuata dell’Università di Plymouth, rivela


Buste biodegradabili:
ancora integre dopo 3 anni

ASSOBIOPLASTICHE: «La soluzione non è la biodegradazione in quanto tale, che, comunque, i sacchetti in bioplastica compostabile possiedono a differenza degli altri, quanto, la ricerca e l’applicazione di modelli di corretta gestione dei rifiuti organici, di cui l’Italia è esempio virtuoso.».

di Redazione

I risultati di una ricerca, dal titolo inequivocabile “Deterioramento ambientale di buste di plastica biodegradabili, oxo-biodegradabili, compostabili e convenzionali in mare, suolo e aria aperta per un periodo di 3 anni”, effettuata dell’Università di Plymouth, Inghilterra, pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, rivela che le buste della spesa etichettate come biodegradabili dopo 27 mesi sono ancora tutte intere a terra, anche se non possono reggere il peso degli oggetti senza sfaldarsi, mentre dopo tre anni in ambiente marino, il sacchetto etichettato come biodegradabile e immerso in mare è ancora integro.
La ricerca, partita dalla considerazione che i sacchetti monouso si stanno accumulando nell’ambiente e che sono state sviluppate varie formulazioni plastiche che dichiarano di deteriorarsi più velocemente o di aver un minor impatto sull’ambiente, ha esaminato quattro tipi di materiali diversi, quelli biodegradabili, oxo-biodegradabili, compostabili e i sacchetti di plastica tradizionali in polietilene, per un periodo di 3 anni in tre ambienti naturali, all’aperto, sepolte nel terreno e immerse nell’acqua di mare, quindi, controllate in condizioni di laboratorio.
I risulttai ottenuti sono stati alquanto sconfortanti: in mare il sacchetto compostabile è completamente scomparso entro 3 mesi, ma lo stesso tipo di busta compostabile era ancora presente nel suolo dopo 27 mesi, anche se non riusciva più a reggere alcun peso senza rompersi. Dopo 9 mesi di esposizione all’aria aperta, tutti i materiali si erano disintegrati in frammenti.
I risultati, , mostrano che nessuna delle buste e dei materiali può dimostrare “un sostanziale deterioramento entro 3 anni in tutti gli ambienti”. Aggiungono i ricercatori: “Non è quindi chiaro se le formulazioni oxo-biodegradabili o biodegradabili forniscano tassi di deterioramento sufficientemente avanzati da risultare vantaggiosi nel contesto della riduzione dei rifiuti marini, rispetto ai sacchetti tradizionali”, dicono gli autori della ricerca.
Di contro per Assobioplastiche, l'associazione dei produttori di bioplastica, non c'è nulla di nuovo "un sacchetto in polietilene alta densità, due sacchetti oxo-degradabili, un sacchetto con sopra apposta la parola biodegradable e, infine, un sacchetto biodegradabile e compostabile. I risultati quindi confermano che è scorretto utilizzare il termine biodegradabile rispetto a prodotti a base di polimeri tradizionali o con l’aggiunta di additivi che ne accelerano la frammentazione (c.d. oxo-degradabili). Gli unici prodotti a potersi fregiare correttamente di tale definizione sono quelli in bioplastica compostabile, come peraltro già chiarito nel 2015 in Italia dall’AGCM (Direzione Tutela del Consumatore) nel caso dei sacchetti oxo-degradabili, all’epoca utilizzati da alcune insegne della GDO. La soluzione non è la biodegradazione in quanto tale, che comunque i sacchetti in bioplastica compostabile possiedono a differenza degli altri, quanto la ricerca e l’applicazione di modelli di corretta gestione dei rifiuti organici, di cui l’Italia è esempio virtuoso.".