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Sono le di   Aggiornamento 5 giugno 2019
 

I dati raccolti nel 2018 da Cittadinanzattiva e resi noti durante il
55° Congresso mondiale ASCO, tenuto a Chicago, rivelano

pazienti oncologici:
lunghe liste di attesa e carenze sul territorio

Lunghi tempi di attesa, difficoltà accesso alle cure farmacologiche innovative, nonchè, la carenza dei servizi sul territorio di strutture utili ad affrontare le difficoltà psicologiche legate alla malattia, sono i mali che affliggono la Sanità italiana.

di Redazione

Dai dati raccolti nel 2018 da Cittadinanzattiva e resi noti dal suo segretario generale Antonio Gaudioso, presente ai lavori del 55° Congresso mondiale ASCO, tenuto a Chicago dal 31 maggio al 4 giugno 2019, emerge che la Sanità italiana ancora non si libera dall'annoso male che l'affligge: i lunghi tempi di attesa, le difficoltà ad accedere alle cure farmacologiche innovative, nonchè, la carenza dei servizi sul territorio di strutture utili ad affrontare le difficoltà psicologiche legate alla malattia.
A patire le conseguenze di questo male italiano è soprattutto il paziente oncologico che avverte come primo problema, proprio, le lunghe liste di attesa per eseguire esami diagnostici, visite ed interventi chirurgici legati alla malattia oncologica. Oltre un cittadino su dieci segnala tempi lunghi per gli interventi chirurgici e gli esami diagnostici, come, ad esempio, in media i 13 mesi che occorrono per una mammografia e/o i 9 per una colonscopia. Di poco inferiore al 10% è la percentuale di cittadini con problemi di liste di attesa per la chemio, radioterapiale e visite specialistiche, dove occorrono circa 8 mesi in media.
I tempi di attesa non sono garantiti ovunque nemmeno nel caso delle urgenze: circa un quarto denuncia di aver aspettato più delle 72 ore previste dal Piano nazionale sulle liste di attese per accedere alle prestazioni diagnostiche e specialistiche in caso di sospetto diagnostico; e circa il 13%, dopo la diagnosi, aspetta più dei 60 giorni previsti per l’intervento chirurgico.
Sebbene la maggior parte delle strutture, il 42%, risponde che in media l’inserimento dei nuovi farmaci nel prontuario terapeutico ospedaliero avvenga praticamente nell’immediato, con tempi che vanno da zero a 15 giorni, moltissime impiegano anche diversi mesi: il 7% impiega dai 3 ai 4 mesi e il 9% dai 4 ai 6 mesi. Stessa considerazione va fatta per l’inserimento nei prontuari terapeutici ospedalieri di farmaci cosiddetti innovativi: in media il 60% delle strutture impiega fino ad un mese per renderli disponibili, più di un quarto fino a due mesi, ed addirittura per un pur esiguo 2% si arriva ad oltre sei mesi.
Già dal sospetto diagnostico il 90% delle strutture si attiva per la presa in carico del paziente e nel 50% di esse già si assegna il codice di esenzione 048 per garantire la gratuità delle prestazioni di diagnosi e cura della patologia oncologica.
L’89% delle strutture garantisce un’equipe multidisciplinare nella gestione dei casi, affermando di assicurare il coinvolgimento di tutti gli specialisti direttamente interessati al percorso diagnostico terapeutico.
Tuttavia, nella equipe multidisciplinare alcune figure non sono sempre garantite: nell’80% dei casi manca l’assistente sociale e il medico di famiglia, nel 66% il nutrizionista, nel 55% il terapista del dolore o palliativista, nel 38% lo psicologo. Poco presente anche la figura del case manager che viene assicurata solo in una struttura su tre.
Nota dolente anche il tempo e la qualità delle informazioni ricevute dal paziente durante la prima visita: circa uno su quattro li reputi appena sufficienti o addirittura scarsi. Un terzo circa afferma che non ha avuto la prenotazione automatica di ulteriori visite o esami, ma è dovuto ritornare dal medico di medicina generale o prenotarle da solo. In un day hospital su cinque manca un servizio telefonico di riferimento per segnalare emergenze, eventi avversi nella terapia, o chiedere consigli.
Dopo la dimissione dall’ospedale, più di un cittadino su quattro lamenta la scarsa reattività del territorio, anche perché solo poco più di un terzo dei day hospital individua un referente che si occupi della continuità assistenziale.
Non sempre inoltre il paziente riesce a curarsi vicino casa: oltre il 55% accede ad un DH fuori dal proprio Comune ed il 7% addirittura fuori Regione. Il 38% impiega mezz’ora/un’ora per recarsi al DH e un ulteriore 14% fino a due ore.
Sebbene oltre il 90% delle strutture garantisca attenzione al dolore e cure personalizzate, il 75% non effettua da subito la valutazione psicologica e il 66% non prevede percorsi per tutelare la capacità riproduttiva nei pazienti oncologici.
Il 40% dei cittadini, inoltre, lamenta la mancanza di supporto nel disbrigo di pratiche amministrative, per il rilascio ad esempio di protesi ed ausili, per la certificazione di invalidità civile ed handicap o per avere l’esenzione dal ticket.