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Sono le di   Aggiornamento 7 giugno 2019
 

...la libertà di espressione, di informazione e
la non offesa ad una persona resterebbero garantite?

 

Commenti diffamatori: Facebook potrebbe essere costretto alla rimozione

SZPUNAR: «L’obbligo di individuare informazioni equivalenti provenienti da qualsiasi utente non garantirebbe un equilibrio. La ricerca e l’individuazione di siffatte informazioni richiederebbero soluzioni costose e l’attuazione di tali soluzioni condurrebbe a una censura, sicché la libertà di espressione e di informazione potrebbe essere sistematicamente limitata.».

di Redazione

La vicenda prende il via da una causa in cui una parlamentare austriaca si oppone a Facebook Ireland: la parlamentare, presidente del gruppo parlamentare die Grünen, tradotto "i Verdi", e portavoce nazionale del partito, ha chiesto ai giudici austriaci di emettere un’ordinanza cautelare nei confronti di Facebook per porre fine alla pubblicazione di un commento diffamatorio. Un utente aveva infatti condiviso, sulla sua pagina personale, un articolo di una rivista austriaca online intitolato «I Verdi: a favore del mantenimento di un reddito minimo per i rifugiati», creando un’anteprima del sito, un breve riassunto, una foto della deputata che erano accompagnati da un commento degradante nei confronti della parlamentare e aperto a tutti.
Facebook non aveva risposto alla richiesta di cancellazione del commento, così la parlamentare ha chiesto che venisse ordinato alla stessa di cessare la pubblicazione e/o diffusione di foto che la ritraggono qualora il messaggio di accompagnamento diffonda affermazioni identiche al commento e dal «contenuto equivalente». L’ordinanza cautelare emessa dal giudice di primo grado ha portato Facebook a disabilitare in Austria l’accesso al contenuto. La questione è stata sollevata però davanti alla Corte di Giustizia, chiamata a decidere la portata del provvedimento in relazione alla direttiva sul commercio elettronico.
In base a tale direttiva, un host provider, quindi, un gestore di una piattaforma di social network quale Facebook, in linea di principio, non è responsabile delle informazioni memorizzate da terzi sui suoi server qualora non sia a conoscenza della loro illiceità. Tuttavia, una volta avvertito della loro illiceità, egli deve cancellarle o bloccarne l’accesso. Inoltre, la direttiva prevede che a un host provider non possa essere imposto un obbligo generale di sorvegliare le informazioni da esso memorizzate o un obbligo generale di ricercare attivamente i fatti o le circostanze che rivelano attività illecite.
L’avvocato generale della Corte di giustizia della UE, Maciej Szpunar, precisa: “la direttiva sul commercio elettronico non osti a che un host provider che gestisce una piattaforma di social network, quale Facebook, sia costretto, mediante un provvedimento ingiuntivo, a ricercare e ad individuare, tra tutte le informazioni diffuse dagli utenti di tale piattaforma, le informazioni identiche a quella qualificata come illecita dal giudice che ha emesso tale provvedimento ingiuntivo.”.
La domanda è spontanea: a questo punto la libertà di espressione, di informazione e la non offesa ad una persona sono garantite?
Secondo l’avvocato Maciej Szpunar: “Da un lato, esso non richiede strumenti tecnici sofisticati, che potrebbero rappresentare un onere straordinario. Dall’altro, tenuto conto della facilità di riproduzione delle informazioni nell’ambiente Internet, esso risulta necessario per garantire la protezione efficace della vita privata e dei diritti della personalità. Nell’ambito del provvedimento ingiuntivo, l’host provider può anche essere costretto a ricercare e individuare le informazioni equivalenti a quella qualificata come illecita, ma unicamente tra le informazioni diffuse dall’utente che ha divulgato l’informazione di cui trattasi. L’obbligo di individuare le informazioni equivalenti che vengono da qualsiasi utente non garantirebbe invece un equilibrio. Da una parte, la ricerca e l’individuazione di siffatte informazioni richiederebbero soluzioni costose. Dall’altra, l’attuazione di tali soluzioni condurrebbe a una censura, sicché la libertà di espressione e di informazione potrebbe essere sistematicamente limitata.”.
Inoltre, ad avviso dell’avvocato generale, “poiché la direttiva non disciplina la portata territoriale di un obbligo di rimozione delle informazioni diffuse tramite una piattaforma di social network, essa non osta a che un host provider sia costretto a rimuovere siffatte informazioni a livello mondiale. Nella causa viene fatto valere il diritto austriaco, per cui, tanto la questione degli effetti extraterritoriali di un provvedimento ingiuntivo che impone un obbligo di rimozione quanto quella della portata territoriale di un siffatto obbligo dovrebbero essere oggetto di un’analisi effettuata alla luce segnatamente del diritto internazionale pubblico e privato.”.