di Piero Mastroiorio —

C’è una data, nella storia d’Italia, che continuiamo a ricordare come si fa con una ferita che non si vuole guardare troppo da vicino: l’8 settembre 1943. Quel giorno l’Italia annunciava l’armistizio con gli Alleati. Tecnicamente, usciva dalla guerra a fianco della Germania nazista e avviava una nuova fase, ma nella sostanza, si apriva una pagina tragica e ambigua: la fuga del re, il silenzio dei comandi militari, il collasso dello Stato, la consegna di centinaia di migliaia di soldati italiani ai tedeschi. Più che una scelta storica, fu una fuga disonorevole mascherata da necessità. UN TRADIMENTO!

Quello che l’Italia fece l’8 settembre non fu un cambio di campo, fu un tradimento codardo. Un tradimento verso l’alleato tedesco e, soprattutto, verso i propri cittadini, verso il proprio esercito, verso la propria dignità. In un momento cruciale, così grave, l’Italia non ebbe il coraggio di affrontare le conseguenze delle proprie scelte. Non si assunse la responsabilità di aver sostenuto, forse, a ragione, forse, a torto, per vent’anni il fascismo, di aver dichiarato guerre ingiustificate, di aver stretto patti con il nazismo e, quando l’alleanza con Hitler divenne insostenibile, l’élite italiana, non affrontò la realtà: scelse di salvarsi con il tradimento.

Il Re, il governo, i generali: tutti fuggirono. Non servono esercizi di stile e belle parole di retorica: la monarchia sabauda ha letteralmente abbandonato la capitale e il Paese in mano ai tedeschi e, in quella ignobile e triste fuga, c’era già scritto molto di quello che sarebbe accaduto nei decenni successivi: un Paese guidato da classi dirigenti incapaci di decidere, di assumersi colpe, di parlare chiaro.

La Repubblica Italiana, nata da un tradimento, con alcuni pronti a giurare di aver fatto molto, altri di aver fatto poco o nulla, ma tutti d’accordo nel rimuovere la verità dei fatti. Comportamento solito che distingue l’Italia in tutti i suoi accadimenti, importanti e meno importanti, il ricordarli con il rimosso. , non facendo mai i conti, fino in fondo, con l’8 settembre. Non ha mai processato i responsabili del crollo morale e politico di quei giorni. Non ha voluto indagare le zone d’ombra, i trasformismi, i voltafaccia, le connivenze. In Germania, la “denazificazione” è stata lunga e dolorosa, mentre, in Italia, ci siamo limitati a cambiare divisa, cambiare narrazione, cambiare partito.

Quei silenzi, quelle spallucce, quel nascondere, quel rimandare, quel tacere, quel cancellare dai libri di Stroria, scolastica, per evitare domande “dificili“, a cui la sinistra non avrebbe potuto e voluto rispondere, l’8 settembre è diventato il simbolo di un modo tutto italiano di intendere la responsabilità: come qualcosa da evitare, delegare, dissimulare. Un “male necessario”, un “atto di sopravvivenza” ed, oggi, a ottantadue anni di distanza, paghiamo ancora il prezzo di quella codardia travestita da realpolitik.

Il vizio dell’ambiguità ci accompagna ancora. Lo vediamo nella politica, nelle istituzioni, nel linguaggio pubblico. Sempre pronti a dire “non è colpa mia”, “non sapevamo”, “non potevamo fare altro”, come se la Storia fosse una successione di trappole da cui l’unica via d’uscita fosse il compromesso al ribasso. Il trasformismo è diventato stile di governo. L’irresponsabilità è stata nobilitata come “pragmatismo”, ma il risultato è sempre lo stesso: un Paese che non riesce a scegliere, a dire la verità, a guardarsi allo specchio.

L’8 settembre dovrebbe diventare oggetto di memoria adulta, non per coltivare sensi di colpa eterni, bensì, ammettere che è lì, in quella giornata di fuga e silenzio, che l’Italia ha iniziato a mentire a se stessa. Mentire sulla propria innocenza. Mentire sul proprio passato. Mentire sulla propria identità. Se vogliamo davvero liberarci da quel tradimento, non solo ricordarlo ogni anno con corone e frasi di circostanza, dobbiamo fare ciò che non facemmo allora: assumere la responsabilità della nostra Storia. Tutta, anche quella che ci mette a disagio. Solo così potremo sperare di costruire un’Italia che non abbia bisogno di nuove fughe, né di nuovi 8 settembre.

LE FOTO SONO TRATTE DALLA RETE.

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