La solitudine non è più solo la condizione degli anziani, ma si è estesa ai giovani, ai lavoratori da remoto, agli studenti. È una solitudine invisibile, che si maschera dietro post felici e storie patinate. Ci si può sentire soli in una folla digitale, circondati da 5000 “amici”, con cui non si riesce a parlare. Questo stato emotivo, se protratto nel tempo, può portare a conseguenze serie: ansia, depressione, calo dell’autostima, perdita di senso di appartenenza. Gli psicologi parlano sempre più spesso di “solitudine affollata”, un isolamento interiore, che si sviluppa anche quando si è socialmente attivi online.
di Piero Mastroiorio —
Ero in macchina, parcheggiato all’ombra di alcuni alberi, mentre attendevo una persona, quando un gruppo silenzioso di ragazzi ha attirato la mia attenzione. Non il vociare o le loro risate, proprio di quell’età, ma il loro silenzio, soprattutto, il loro tenere la faccia rivolta sui telefonini. Tutti che scrivevano. Cosa avranno mai avuto di così importate da scrivere e chi? Non trovai risposta, ma pensai come ogni giorno scorriamo centinaia di volti, cuori, storie. Ci sentiamo connessi, aggiornati, “presenti”, eppure, mai come oggi, la solitudine è diventata una presenza silenziosa nella vita di milioni di persone. Nell’era dei social network, delle chat istantanee e delle videochiamate, ci scopriamo spesso soli, nonostante tutto il rumore attorno a noi.

Per quanto viviamo il periodo storico più connesso di sempre, in pochi secondi possiamo scrivere a persone che risiedono dall’altra parte del Mondo, avere notizie in tutte le lingue, tradotte con un tap, entrare in una chat con decine di persone o condividere una foto con migliaia di follower, però, tutto questo essere iperconnessi, invece di colmare il vuoto, spesso lo amplifica. Le conversazioni diventano rapide, frammentate, filtrate da emoji e risposte automatiche. Il contatto umano si sposta sul digitale, ma perde profondità. Non a caso, uno studio condotto dal CENSIS già nel 2024 indicava che oltre il 40% dei giovani italiani tra i 18 e i 30 anni si sente “solo almeno una volta a settimana”, nonostante trascorra in media più di 5 ore al giorno online.
La solitudine non è più solo la condizione degli anziani, ma si è estesa ai giovani, ai lavoratori da remoto, agli studenti. È una solitudine invisibile, che si maschera dietro post felici e storie patinate. Ci si può sentire soli in una folla digitale, circondati da 5000 “amici”, con cui non si riesce a parlare. Questo stato emotivo, se protratto nel tempo, può portare a conseguenze serie: ansia, depressione, calo dell’autostima, perdita di senso di appartenenza. Gli psicologi parlano sempre più spesso di “solitudine affollata”, un isolamento interiore, che si sviluppa anche quando si è socialmente attivi online.
La tecnologia può veramente sostituire le relazioni de visu?

Non credo, anche se negli ultimi anni sono nate nuove forme di compagnia virtuale, come assistenti vocali, chatbot conversazionali, app che simulano l’interazione umana, la risposta resta duplice: per alcuni, questi strumenti offrono conforto, per altri, sono un segnale d’allarme. Allo stesso tempo, il mondo online ha anche creato spazi preziosi per chi si sente emarginato, come i gruppi di supporto, i forum di auto-aiuto, le comunità di interesse, che superano le barriere geografiche. Se usato con consapevolezza, il digitale non è solo alienazione, può essere anche inclusione.
In un mondo dove il primo istinto è “scrivere” invece che “parlare”, riscoprire la bellezza del contatto umano è un atto rivoluzionario. Una chiacchierata faccia a faccia, un silenzio condiviso, una passeggiata, sono piccoli gesti, che, nutrono l’anima, più di qualsiasi like, tanto che in alcune città sono nate iniziative per combattere l’isolamento sociale con panchine della gentilezza, eventi offline, spazi pubblici pensati per facilitare le interazioni spontanee. Anche a livello personale, praticare un sano “digital detox” può aiutare a ristabilire un equilibrio.
Per quei ragazzi, non solo, ma per tutti, la sfida non è disconnettersi dalla tecnologia, ma riconnettersi tra persone. Trovare modi per usare gli strumenti digitali non solo per comunicare, ma per costruire legami veri, perché la vera connessione non si misura in megabit, ma in empatia. In un mondo dove tutto corre veloce, prendersi il tempo per guardare negli occhi qualcuno è il gesto più umano che ci sia.

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