Da tempo, chi osserva la vita cittadina avverte un deterioramento che non può più essere liquidato come semplice percezione. Non è solo una questione di traffico disordinato, di regole ignorate, di maleducazione diffusa, fenomeni già di per sé significativi. Qui il problema è più profondo: riguarda il rapporto stesso tra le persone, il modo in cui si riconosce (o si nega) l’altro.
di Piero Mastroiorio —

C’è un momento in cui le parole smettono di bastare. Quando la cronaca si accumula, quando i segnali si ripetono, quando perfino ciò che dovrebbe restare intoccabile finisce per essere travolto. In quel momento, il rischio più grande non è lo scandalo: è l’abitudine. Due accadimenti, in poco più di 24 ore, fanno riflettere, l’ennesimo femminicidio a Foggia e le botte a don Dino D’Aloia, parroco di San Severo, a cui va la nostra solidarietà.
Da tempo, chi osserva la vita cittadina avverte un deterioramento che non può più essere liquidato come semplice percezione. Non è solo una questione di traffico disordinato, di regole ignorate, di maleducazione diffusa, fenomeni già di per sé significativi. Qui il problema è più profondo: riguarda il rapporto stesso tra le persone, il modo in cui si riconosce (o si nega) l’altro.
I segnali sono molteplici: tensioni quotidiane, conflitti che degenerano rapidamente, una soglia di aggressività sempre più bassa e, poi, episodi che colpiscono per il loro valore simbolico: fatti che scuotono l’opinione pubblica, non solo locale, soprattutto, quella dell’aggressione ad un sacerdote, che, al di là dei dettagli, rappresenta uno spartiacque, perché quando viene colpita una figura che, per definizione, dovrebbe essere percepita come punto di riferimento, significa che il problema non è più episodico, significa che qualcosa si è incrinato nel tessuto civile.
Oramai, da tempo, Foggia e San Severo sono territori segnati da violenza e illegalità diffuse, denunciando, sempre più, un clima che rischia di soffocare la convivenza e alimentare rassegnazione e paura. Tra impotenza istituzionale e parole pesanti di cittadini allo stremo della sopportazione, non possiamo e non dobbiamo archiviare, come semplice allarme, gli accadimenti, anche, se, la tentazione più diffusa resta quella di minimizzare, di ridurre tutto a episodi isolati, di rifugiarsi nella frase più comoda e più pericolosa: “è sempre stato così”. Non è vero e, anche, se lo fosse, non sarebbe una giustificazione!

Una città non si misura solo dai suoi problemi, ma dal modo in cui reagisce ad essi e oggi la questione non è tanto stabilire quanto sia grave la situazione, quanto capire se esista ancora una volontà collettiva di invertire la rotta, perché il punto è questo: il rispetto non è un optional. Non è un valore da evocare nei discorsi ufficiali e dimenticare nella vita quotidiana. È la base minima su cui si regge qualsiasi comunità. Senza rispetto, tutto diventa negoziabile: le regole, i ruoli, perfino la dignità delle persone.
E’, forse, arrivato il momento di smettere di cercare definizioni consolatorie e iniziare a fare i conti con la realtà? Non per condannare una città intera, sarebbe ingiusto, ma per evitare che una minoranza rumorosa continui a dettare il tono. Perché San Severo e Foggia non sono solo questo. Accanto alle ombre, esiste una parte viva della comunità: cittadini, associazioni, realtà sociali e culturali, che, ogni giorno, provano a costruire qualcosa di diverso. Il punto è decidere quale immagine debba prevalere. Un editoriale non risolve i problemi, spesso, resta un esercizio di retorica, ma può, almeno, impedire che alcuni accadimenti, alcuni comportamenti, diventino invisibili e oggi, più che mai, il vero rischio non è parlare troppo, è smettere di indignarsi.

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