Con pochi voti, il partito di Roberto Vannacci, nato non per vincere le elezioni, ma per cambiare il gioco, potrebbe indebolire la Lega, influenzare Salvini e rafforzare la leadership di Giorgia Meloni, diventando un attore chiave della destra italiana.

di Piero Mastroiorio

L’ingresso sulla scena politica nazionale del nuovo partito guidato dall’eurodeputato Roberto Vannacci non va letto solo in termini di percentuali elettorali. Anche con numeri relativamente contenuti, la sua iniziativa ha il potenziale di spostare equilibri interni al centro-destra, ridefinire rapporti di forza e condizionare le strategie dei principali leader, a partire da Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Il progetto politico di Vannacci si colloca alla “destra” di Lega e Fratelli d’Italia, puntando su un messaggio fortemente identitario, nazionalista e anti-compromesso. Non si tratta di un partito trasversale o populista in senso ampio, ma di una forza che parla a un elettorato ben definito: elettori di destra, spesso maschi, residenti fuori dai grandi centri urbani, delusi da quella che percepiscono come una normalizzazione dei partiti di governo.

In questo senso, il bacino elettorale di riferimento non è il centro, men che meno, la sinistra, ma soprattutto la Lega e, in misura minore, Fratelli d’Italia. Le stime più realistiche collocano, il partito di Vannacci, tra il 3 e il 5% a livello nazionale. Una percentuale sufficiente a superare la soglia di sbarramento e ad entrare in Parlamento, ma non tale da diventare decisiva per la formazione di una maggioranza ed è proprio qui che sta il punto: il peso politico di Vannacci sarebbe superiore al suo peso numerico? Rispondere oggi a tale domanda, con pochi dati é cosa assai difficile. Vedremo nei prossimi giorni, soprattutto, contando quanti aderiranno alla nuova formazione politica.

Azzardando una previsione dal punto di vista geografico, il partito avrebbe le maggiori possibilità nel Nord e nel Nord-Est, territori storicamente leghisti e più sensibili a temi come sicurezza, ordine e identità nazionale. Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia rappresentano il terreno più fertile, mentre il Sud appare meno permeabile, con un consenso potenzialmente inferiore alla media nazionale. Quindi, se il partito di Vannacci, entrasse in Parlamento, il Sud non sarebbe il motore elettorale, al massimo porterebbe alcuni voti utili per superare soglie locali, ma non cambierebbe gli equilibri principali.

Il Sud presenta caratteristiche elettorali molto diverse dal Nord: storico radicamento del centro-sinistra in molte regioni, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia orientale; tradizionalmente meno permeabile alla destra identitaria radicale; città medio-grandi e aree con elettorato più urbano o moderato come bacino principale della Lega e di FdI al Sud, infine, il Sud presenta elettori più sensibili a temi economici e clientelari, meno a identità e sicurezza come priorità assoluta. In fine, anche, la dimensione urbana conta: Vannacci, performa meglio, nelle province e nei piccoli comuni che nelle grandi città.

Se Vannacci entrasse in Parlamento con un risultato attorno al 4%, porterebbe con sé una pattuglia limitata di deputati e senatori, ma sarebbe comunque in grado di indebolire strutturalmente la Lega, sottraendole il monopolio della destra più radicale, spingere Salvini in una posizione scomoda, costretto a scegliere tra radicalizzazione e marginalizzazione, nonché, rafforzare indirettamente Giorgia Meloni, che potrebbe presentarsi come il perno “responsabile” della destra di governo, soprattutto agli occhi di elettori moderati e partner internazionali. Non a caso, per la presidente del Consiglio, lasciare crescere Vannacci entro certi limiti può essere più utile che contrastarlo apertamente. Finché il nuovo partito resta sotto il 5–6% e non si radica profondamente sul territorio, rappresenta un problema, soprattutto, per Salvini, non per Meloni.

A questo punto é lecito domandarsi: il partito di Vannacci, in Parlamento, sarebbe ago della bilancia o partito di pressione?

Una volta entrato in Parlamento, Vannacci difficilmente diventerebbe leader di un’organizzazione, con una notevole influenza politica e/o potere decisionale, di una forza politica con una grossa forza numerica. Più verosimile è un ruolo da partito di pressione, capace di condizionare il dibattito su immigrazione, sicurezza e identità, senza assumersi la responsabilità diretta del governo. Paradossalmente, un’eventuale entrata nella maggioranza sarebbe per lui il rischio maggiore: governare significherebbe perdere l’immagine anti-sistema e avviarsi rapidamente verso la normalizzazione o l’assorbimento.

Altra domanda lecita, una siffatta forza partitica quanto potrebbe durare?

Il confronto con precedenti esperienze simili, da Italexit a La Destra, suggerisce che la sopravvivenza del progetto dipenderà da un fattore chiave: restare o meno un partito-persona. Senza una classe dirigente e un radicamento territoriale, il rischio è quello di una parabola breve. Invece, con una struttura minima, Vannacci potrebbe essere forza minoritaria, ma persistente, destinata a influenzare il campo della destra più che a dominarlo. Il partito di Roberto Vannacci non nasce per vincere le elezioni, ma per cambiare il gioco. Il suo impatto non si misura solo in seggi, ma nella capacità di costringere gli altri a riposizionarsi e, almeno nel breve-medio periodo, potrebbe risultare più utile ai suoi avversari interni che a sé stesso.

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