«Se una famiglia ci dice che dentro una casa c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati’ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come scalpi» ha spiegato il portavoce della Protezione Civile di Gaza. L’espressione, forte e suggestiva, è circolata in testimonianze locali, sui social media e in alcune dichiarazioni pubbliche, ma cosa c’è di verificabile dietro questa affermazione e cosa implica, sul piano dei diritti umani, anche solo il sospetto che vengano impiegate armi dagli effetti così devastanti?
di Piero Mastroiorio

Nel pieno della guerra a Gaza, tra macerie, ospedali al collasso e bombardamenti continui, è emersa un’accusa inquietante: l’uso di un’arma capace di “smaterializzare” le persone, di farle sparire senza lasciare tracce. 2.842 persone “evaporate”, dissolte nell’aria grazie all’utilizzo di armi micidiali, le cosiddette bombe termobariche, disperdono, dopo l’esplosione, intorno a sé, una nube di combustibile che prende fuoco e crea un effetto vuoto, annientando tutto ciò che le circonda in pochi secondi. Israele ne avrebbe fatto un largo uso nel corso della sua aggressione a Gaza, anche contro la popolazione civile. Lo riporta un’approfondita inchiesta di Al Jazeera, che si è basata sul lavoro portato avanti dalla Protezione Civile.
«Se una famiglia ci dice che dentro una casa c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati’ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come scalpi» ha spiegato il portavoce della Protezione Civile di Gaza. L’espressione, forte e suggestiva, è circolata in testimonianze locali, sui social media e in alcune dichiarazioni pubbliche, ma cosa c’è di verificabile dietro questa affermazione e cosa implica, sul piano dei diritti umani, anche solo il sospetto che vengano impiegate armi dagli effetti così devastanti?
In diversi episodi documentati da operatori sanitari e soccorritori, a Gaza, si parla di corpi gravemente mutilati, di resti difficili da identificare, di persone dichiarate disperse dopo esplosioni particolarmente violente. In contesti di bombardamenti intensivi in aree densamente popolate, il recupero dei corpi può risultare estremamente complesso: macerie profonde, incendi, collasso degli edifici e frammentazione causata da esplosivi ad alta potenza possono rendere irriconoscibili i resti umani.

Tuttavia, non esistono prove pubbliche e verificate dell’impiego di un’arma che “smaterializzi” letteralmente le persone nel senso fisico del termine. Esperti di armamenti sottolineano che, per quanto devastanti, le armi convenzionali moderne, incluse bombe ad alto potenziale, ordigni termobarici e munizioni a frammentazione, non annullano la materia, possono distruggere, bruciare, disintegrare in frammenti, ma non far sparire completamente un corpo. La distanza tra percezione e realtà fisica, però, non riduce la gravità dei fatti osservati, per questo noi che abbiamo sempre creduto che la verità cresce nel confronto e che anche il dubbio merita voce, stiamo parlando di questa arma capace di smaterializzare corpi.
“The Rest of the Story”, Il resto della storia, l’inchiesta di Al Jazeera sul presunto utilizzo di bombe termobariche, spesso chiamate bombe a vuoto o aerosol, che si avvale di testimonianze locali e voci di esperti forensi, militari e legali di tutto il Mondo, rivela come «le termobariche non si limitano a uccidere», ma «annientano la materia». A differenza delle classiche bombe, esse «disperdono una nube di combustibile che si infiamma creando un’enorme palla di fuoco e un effetto vuoto». La miscela chimica che compone l’esplosivo è arricchita di polveri di alluminio, magnesio e titanio per aumentare la temperatura e prolungare il tempo di esplosione. L’effetto è quello di una «temperatura dell’esplosione tra 2.500 e 3.000 gradi Celsius». L’esposizione a simili temperature per il corpo umano, composto per circa l’80% da acqua, sono dirette: «Quando un corpo è esposto a un’energia superiore a 3.000 gradi, combinata con una pressione e un’ossidazione massicce, i fluidi bollono all’istante. I tessuti vaporizzano e si trasformano in cenere. È chimicamente inevitabile.».
Le bombe che Israele avrebbe utilizzato sarebbero di fabbricazione statunitense, come rivela l’indagine di Al Jazeera, che ne identifica tre: la bomba non guidata MK-84 “Hammer”, ordigno da 900 chilogrammi carico di tritonal, miscela composta all’80% da TNT e al 20% da alluminio, capace di toccare temperature di 3.500 gradi centigradi, la cui potenza distruttiva genera crateri ampi 15 metri di larghezza e 11 di profondità, uccide la maggior parte delle persone entro i 35 metri di distanza, con una frammentazione letale entro un raggio di 400 metri. L’utilizzo di questa bomba, da parte di Israele, è ipotizzato anche dall’agenzia di stampa Reuters tramite suoi operatori sul campo e analisi di esperti.
La BLU-109 bunker buster, che sarebbe stata utilizzata, come la Mark-84, in un attacco ad al-Mawasi, campo profughi nel sud della Striscia, ritenuta zona sicura. L’ordigno, spiega l’inchiesta, presenta un involucro in acciaio e una miccia ritardata, che si interra prima della detonazione. Chiude la lista la bomba GBU-39, esplosivo planante di precisione progettato per «mantenere relativamente intatta la struttura dell’edificio, distruggendone al contempo tutto il contenuto. Uccide attraverso un’onda di pressione che lacera i polmoni e un’onda termica che incenerisce i tessuti molli». La Protezione Civile ne ha trovato frammenti nei luoghi in cui ha rilevato la scomparsa dei corpi.
A questo punto, sempre con la dubitativa sulla loro esistenza, dal punto di vista dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, il tema centrale non è tanto la definizione suggestiva dell’arma, quanto la necessità di accertare: quali tipi di armamenti vengono utilizzati, se il loro impiego rispetti i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione e se vi siano state violazioni che possano configurare crimini di guerra. La Convenzione di Ginevra e il diritto internazionale consuetudinario impongono che le parti in conflitto distinguano sempre tra combattenti e civili e che evitino sofferenze inutili. Se un’arma produce effetti indiscriminati o danni sproporzionati rispetto all’obiettivo militare, il suo uso può costituire una violazione grave. Inoltre, il diritto delle famiglie a conoscere la sorte dei propri cari è un principio riconosciuto a livello internazionale. Quando i corpi non vengono ritrovati o identificati, si apre una ferita ulteriore: quella della sparizione, che ha conseguenze psicologiche e legali profonde.

Altro punto su cui si dovrebbe focalizzare, sempre con la dubitativa, é la questione della trasparenza militare. In ogni conflitto moderno, l’accesso indipendente ai luoghi degli attacchi è spesso limitato. Organizzazioni per i diritti umani e meccanismi investigativi internazionali incontrano difficoltà nel raccogliere prove sul campo in tempo reale. Questo vuoto informativo alimenta sospetti, narrazioni parallele e accuse difficili da verificare. Per cui un approccio investigativo dovrebbe basarsi su analisi forensi indipendenti dei siti colpiti, esami accurati ei residui di esplosivi, raccolta sistematica di testimonianze e trasparenza sulle tipologie di munizionamento impiegate. Senza questi elementi, le espressioni come “arma che smaterializza” restano nel territorio della denuncia emotiva più che della prova documentale, ma l’assenza di prove pubbliche non equivale automaticamente all’assenza di responsabilità: significa piuttosto che l’accertamento deve essere condotto con rigore.
Il rischio, quando emergono termini così forti, è che il dibattito si sposti verso l’idea di tecnologie segrete o fantascientifiche, distogliendo l’attenzione dal punto fondamentale: la protezione dei civili. Le immagini provenienti da Gaza mostrano una distruzione estesa, un numero elevato di vittime civili e infrastrutture essenziali danneggiate o distrutte. Anche senza ricorrere a ipotesi su armi “misteriose”, l’impatto umanitario è documentato e grave. Se esistono dubbi sull’uso di armamenti dagli effetti particolarmente distruttivi in aree urbane densamente abitate, questi dubbi meritano indagini trasparenti e indipendenti. Non per alimentare narrazioni, ma per garantire responsabilità.

In ogni conflitto, il diritto alla verità è un diritto delle vittime. Sapere come e perché una persona è morta, quali armi sono state utilizzate, se le norme internazionali sono state rispettate, sono parte integrante della giustizia. Parlare di “arma che smaterializza” può essere una metafora potente della devastazione osservata sul terreno, ma il compito del giornalismo investigativo e delle organizzazioni per i diritti umani è trasformare quella metafora in domande verificabili: quali armi? quali effetti? quali responsabilità? Finché queste domande non avranno risposte indipendenti e documentate, il sospetto resterà sospeso tra denuncia e disinformazione e, nel frattempo, a pagare il prezzo più alto, continuano a essere i civili che muoiono a causa dell’utilizzo delle armi termobariche, il cui utilizzo è consentito, ma secondo molti esperti dovrebbero essere limitate, se non vietate, a causa della loro composizione e dei loro effetti indiretti, che, potrebbe farle rientrare tra quegli ordigni «il cui effetto primario è quello di ferire mediante frammenti che nel corpo umano sfuggono al rilevamento tramite raggi X» o, indirettamente, tra quelle bombe catalogate come arma chimica, poiché, sebbene non direttamente impiegate per soffocare o avvelenare i bersagli, esse rimuovono l’ossigeno nelle aree in cui vengono utilizzate.

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