Forzare lo spostamento della popolazione è una scorciatoia brutale, che ignora la radice del problema e compromette ogni possibilità di riconciliazione, per questo tutto il Mondo non deve rimanere indifferente: la protezione dei civili e il rispetto della legalità internazionale devono restare principi inviolabili.
di Piero Mastroiorio —
Con sempre più insistenza si sta parlando, nel conflitto israelo-palestinese, di una possibile “soluzione”, per il cessate il fuoco, di spostamento forzato della popolazione palestinese dalla Striscia di Gaza. Una proposta, presentata, spesso, sotto la forma eufemistica di “ricollocazione temporanea” o “evacuazione umanitaria”, rappresenta una delle più gravi minacce al diritto internazionale, alla dignità umana e alla stabilità regionale.

La Quarta Convenzione di Ginevra vieta il trasferimento forzato di popolazioni civili, salvo che per motivi di sicurezza temporanea e immediata. L’articolo 49 della convenzione è chiaro: “i trasferimenti forzati individuali o collettivi di persone protette […] sono proibiti, indipendentemente dal loro motivo.” Costringere oltre 2 milioni di persone ad abbandonare le proprie case – spesso senza garanzie di ritorno – costituisce un crimine di guerra.
Costringere un’intera popolazione a lasciare la propria terra non è una forma di pulizia etnica?
Anche se non dichiarata apertamente, sembra esserlo, anche se i palestinesi di Gaza sono in larga parte già rifugiati o discendenti di rifugiati del 1948. Spingerli a un nuovo esilio significherebbe perpetuare e aggravare l’ingiustizia storica che li ha colpiti, creando una ferita morale e storica difficile da sanare.
A quali conseguenze umanitarie potrebbe portare uno spostamento di popolazione da Gaza?

Sicuramente a conseguenze catastrofiche, atteso che un esodo forzato comporterebbe una crisi umanitaria di dimensioni immense. I Paesi confinanti, come Egitto e Giordania, hanno già espresso forte opposizione a qualsiasi piano di trasferimento, temendo un’ondata destabilizzante di profughi. Senza infrastrutture adeguate, supporto logistico o prospettive di ritorno, si creerebbero campi profughi sovraffollati, privi di diritti e servizi essenziali, alimentando ulteriori tensioni sociali e conflitti.
Sradicare forzatamente una popolazione non porta alla pace: anzi, accresce il risentimento, radicalizza le generazioni future e alimenta il conflitto. La storia insegna che la pace duratura si costruisce con giustizia, sicurezza reciproca e diritti riconosciuti, non con l’annientamento delle identità collettive.
Permettere o tollerare uno spostamento forzato a Gaza creerebbe un precedente pericoloso in altre aree del Mondo. Riconoscere implicitamente che il trasferimento forzato possa essere una “soluzione” in casi di conflitto armato potrebbe legittimare altre operazioni simili altrove, indebolendo il sistema internazionale basato sui diritti umani.

Veramente crediamo che la Pace a Gaza si possa costruire sull’esilio del Popolo che vi abitava?
Sicuramente no, ma la risposta possiamo averla solo con i tempi della Storia, atteso che la crisi di Gaza richiede soluzioni complesse, diplomatiche, multilaterali e basate sul diritto. Forzare lo spostamento della popolazione è una scorciatoia brutale, che ignora la radice del problema e compromette ogni possibilità di riconciliazione, per questo tutto il Mondo non deve rimanere indifferente: la protezione dei civili e il rispetto della legalità internazionale devono restare principi inviolabili. Non si possono uccidere oltre 60.000 civili, di cui oltre 20.000 sono bambini, e, soprattutto, non si possono uccidere, impunemente oltre 250 giornalisti, che testimoniano il genocidio palestinese, cercando di dare informazioni tempestive, quando possibile nell’immediatezza degli stessi con gli ultimi sistemi di trasmissione legati ad Internet, non addomesticabili da chi vorrebbe dettare la narrazione alla Storia.

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