Per Altroconsumo non basta la sola ‘shrinkflation‘, il fenomeno che rimpicciolisce le confezioni dei prodotti, ma non i loro prezzi, a spiegare l’aumento dei prezzi: «dietro il fenomeno si nascondono l’inflazione sui prodotti alimentari e i rincari, spesso poco chiari, seguiti alla crisi energetica e logistica di qualche anno fa.».

di Redazione —

Secondo un’indagine di Altroconsumo, che ha analizzato l’andamento dei prezzi dei gelati confezionati, aumentati di quasi il 40%, negli ultimi cinque anni, ben oltre l’inflazione alimentare, con picchi del 75% al chilo per alcuni marchi della grande distribuzione, per una combinazione di fattori, tra cui l’aumento dei costi di energia e materie prime e, in alcuni casi, alla shrinkflation, con una riduzione del peso dei prodotti a fronte di prezzi invariati o più elevati.

Altroconsumo, nel riportare i dati ISTAT, secondo i quali i gelati hanno registrato in soli cinque anni aumenti del 39,6%, spiega: «Nel 2022 si è registrata la prima vera impennata: i prezzi hanno subito un balzo del +13% rispetto all’anno precedente. Una situazione analoga c’è stata poi nel 2023, quando i prezzi sono saliti, nuovamente, registrando un’impennata ulteriore del 16% rispetto al 2022. Questa crescita straordinaria è legata principalmente alla crisi energetica e logistica: nel biennio 2022-2023, infatti, i prezzi alimentari hanno registrato un aumento storico in Italia, con un’inflazione media annua per questi beni del +8,8% nel 2022 e del +9,8% nel 2023. Dati alla mano, i prezzi dei gelati sono aumentati più rispetto all’inflazione dei generi alimentari.».

«Tra le motivazioni alla base dei rincari dei gelati, troviamo la shrinkflation, fenomeno che rimpicciolisce le confezioni dei prodotti, ma non i loro prezzi. Ci sono alcuni iconici gelati che hanno cambiato il loro formato nel corso degli anni», sottolinea Altroconsumo, ipotizzando, come, inizialmente: «dietro la riduzione delle confezioni dei gelati ci fossero fattori nutrizionali, ossia la scelta di ridurre la porzione per indurre a consumare meno calorie e grassi, ma in realtà, se osserviamo i dati, ci accorgiamo che così non è. I vantaggi nutrizionali della riduzione della porzione sono ridotti o soggetti a interpretazioni contrastanti. Le calorie per porzione sono infatti le stesse, o leggermente più basse, e i grassi totali e i saturi sono spesso gli stessi rispetto al 2021.».

Tuttavia, secondo l’analisi dell’associazione, «a prescindere dal cambio di formato, i prezzi sarebbero aumentati comunque. Possiamo affermare che non è la shrinkflation ad aver guidato i rincari che si registrano sul mercato, avendo coinvolto solo una parte minoritaria dei prodotti analizzati. È stata importante anche la situazione di crisi di qualche anno fa, con il seguito di rincari che ogni crisi porta dietro con sé. E parliamo di rincari decisamente poco chiari, altrimenti non si spiegherebbero dinamiche di prezzo così differenti tra prodotto e prodotto come quelle che abbiamo riscontrato. Al contesto si aggiunge ulteriore complessità dovuta alla presenza nei supermercati di alcuni formati che possono confondere. Esistono confezioni per lo stesso prodotto ma con diversa porzione. Quindi, quel che il consumatore può fare, è di guardare il prezzo al chilo e scegliere di conseguenza.».

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