Chiusi gli Stati generali della green economy evidenziando come la transizione ecologica nella Ue attraversa una fase difficile, con spinte verso una retromarcia, con una radicale iniziativa contro le misure climatiche ed ecologiche della nuova Presidenza Trump, mentre, la Cina, sta accelerando la sua massiccia espansione di produzioni green.
di Redazione —
Si sono chiusi a Rimini gli Stati generali della green economy che, nel cercare di fare il punto sulla transizione ecologica, hanno rivelato come l’Europa rischi una retromarcia nelle transizione ambientale., anche se questa resta un traino per l’economia in Europa e bisogna proseguire su questa strada nonostante le politiche internazionali spingano in direzione contraria, sottolineando come «i rischi di una retromarcia ambientale, alimentata dalle politiche statunitensi e dalla resistenza di alcuni governi europei nell’attuare pienamente la transizione verde, sono evidenti e vanno arginati.».

La chiusura degli Stati generali sulla green economy arriva nel giorno, 5 novembre 2025, in cui i ministri dell’Ambiente dell’Ue hanno raggiunto un accordo a maggioranza qualificata sul taglio delle emissioni del 90% entro il 2040, con una serie di flessibilità tra cui la possibilità di utilizzare crediti di carbonio internazionali di alta qualità fino al 5% delle emissioni nette dell’Ue nel 1990. «Purtroppo a chiusura di questa due giorni ci arriva un brutto segnale dall’Europa. Il Consiglio Ambiente, se da un lato ha dato una conferma formale al target del 90% di riduzione dei gas serra entro il 2040, dall’altro ha mandato un messaggio negativo: la doppia flessibilità che riduce l’impegno climatico.
Una flessibilità che fa contabilizzare nel bilancio delle emissioni fino al 5% degli acquisti per i crediti di carbonio extra Ue e al tempo stesso prevede fino a un 5% di riduzione degli impegni nazionali sul clima (Ndc). Il clima non aspetta, è come il debito pubblico, si accumula, accumula e poi devi ripagare con gli interessi, questa frenata europea aumenta il prezzo da pagare», la critica di Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile
La domanda è d’obbligo: quale è lo stato green in Europa?

La transizione ecologica nell’Unione europea, è la sintesi che arriva dagli Stati generali, «attraversa una fase difficile, con spinte verso una retromarcia, mentre è in corso una radicale iniziativa contro le misure climatiche ed ecologiche della nuova Presidenza Trump e mentre la Cina sta accelerando la sua massiccia espansione di produzioni green.». La strada per proseguire, suggerita dall’evento, è quella di valorizzare i buoni risultati raggiunti e di rendere più competitive le produzioni green europee. La transizione ecologica efficace renderebbe l’Ue più forte economicamente e politicamente.
L’Europa ha un interesse ambientale ed economico, insieme, nella decarbonizzazione e nella transizione ecologica. È un hot spot della crisi climatica: il 2024 ha fatto registrare temperature a +1,6°C rispetto ai livelli preindustriali e gli eventi meteo estremi legati sono costati 738 miliardi di euro nel periodo 1980-2023. Sempre nel 2024 la Ue ha speso 375,9 miliardi per l’import di combustibili fossili. La buona notizia è il calo di emissioni di gas serra, diminuite del 37% fra il ’90 e il 2023, mentre, la Ue è indietro sul risparmio energetico. Il target è dell’11,7% nel 2030, con gli attuali impegni si arriverebbe solo al 5,8%.
Nel 2024 il 47,4% dell’energia elettrica è stata generata da fonti rinnovabili, nel giugno del 2025 ha superato il 50%, ma sono poco usate nei trasporti dove la quota di rinnovabili impiegata si ferma al 9,6%, ben lontana dal target del 29% al 2030. Ancora un dato negativo: il consumo di suolo continua a crescere, anche in Italia è così e più del 60% dei suoli dell’Unione Europea è soggetto a processi di deterioramento. Questo fenomeno compromette la produttività agricola, altera i cicli naturali degli ecosistemi e riduce la capacità del suolo di trattenere l’acqua e i nutrienti.

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