Secondo i conti dell’Osservatorio Milex per Greenpeace, l’Italia ha speso in cinque anni oltre 4.200.000.000 di euro, per missioni militari “fossili”, volte a proteggere il passaggio di petrolio e gas e a sorvegliare piattaforme petrolifere, una missione a Hormuz, costerebbe 10.000.000 di euro, al mese.

di Redazione —

«Le missioni militari finalizzate, in parte alla sorveglianza di piattaforme petrolifere o gasdotti e alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico fossile, negli ultimi cinque anni, sono costate 4.200.000.000 di euro e la partecipazione alla missione internazionale per sminare lo “Stretto di Hormuz” e proteggere il passaggio di petrolio e gas “costerebbe all’Italia circa 10 milioni di euro al mese, tra spese per il carburante, logistica, supporto aereo, connessioni satellitari e indennità di missione per il personale», spiega Greenpeace, riguardo le missioni militari “fossili, che costeranno all’Italia 826.000.000 di euro solo per il 2026, per interventi in diverse aree del Mondo, utili a proteggere il transito di petrolio e gas. 

immagine di repertorio tratta dalla rete

Queste le stime fatte dall’Osservatorio Milex per Greenpeace Italia, presentate, lo scorso 23 luglio 2026, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati insieme all’Annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane: un conto salatissimo, che dirotta denaro e investimento verso la protezione delle fonti fossili, distraendoli dalla transizione energetica. Se verrà approvata, la missione militare nello stretto di Hormuz vedrà il coinvolgimento di quattro navi e di circa 400-500 militari. “Se ancora non si sa quando avrà inizio la missione nello Stretto di Hormuz, è già evidente che sarà un’iniziativa a tutela delle fonti fossili, principali responsabili della crisi climatica e al centro di molte competizioni geopolitiche che alimentano guerre e instabilità”, ha spiegato Greenpeace durante il suo briefing.

Secondo la Relazione annuale del Governo, sulle missioni internazionali in corso, nel 2026 le missioni militari italiane saranno 50, con il coinvolgimento medio di circa 7.500 militari, fino ad un massimo di quasi 12.000 unità: 30 assetti navali, 147 aerei e una spesa complessiva di oltre 1.300.000.000 di euro. Sono state istituite due nuove missioni, una in Iraq, una in Somalia e, secondo l’analisi di Greenpeace Italia, che ha esaminato il mandato delle missioni e le dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e militari, «circa metà di queste missioni hanno anche la funzione di tutelare il gas e il petrolio, con un impegno economico che per il 2026 sarà di circa 824 milioni di euro, pari al 59% della spesa totale per le missioni militari.». Le missioni, come si diceva, sono volte a proteggere rotte petrolifere o di gas, a contrastare il contrabbando di petrolio, a sorvegliare e proteggere piattaforme petrolifere.

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Negli ultimi cinque anni questo tipo di missioni militari, ribattezzate dall’associazione “fossili”, «sono costate all’Italia circa 4.200.000.000 di fondi pubblici», secondo i calcoli di Greenpeace Italia, che denuncia: «Tra i casi più eclatanti c’è “Operazione Mediterraneo Sicuro”, per la sorveglianza e la protezione militare delle piattaforme dell’ENI nelle acque internazionali davanti le coste libiche; le attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea, dove opera sempre ENI e la missione europea ASPIDES, per proteggere dagli attacchi degli Houthi i flussi di petrolio e gas nelle aree del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Arabico settentrionale.».  

«Però, l’Italia continua a essere vulnerabile dal punto di vista energetico, perché ha semplicemente sostituito alcuni fornitori di gas e petrolio con altri senza ridurre la strutturale dipendenza dalle fonti fossili invece di accelerare sulla transizione energetica, unico modo per non essere esposti all’instabilità globale», spiega Greenpeace, che chiede a Governo e Parlamento di fermare la militarizzazione degli approvvigionamenti fossili, di uscire da gas e petrolio entro il 2024, di tassare i profitti dell’industria fossile e di quella militare.

«Invece di ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas che ci espone a continui shock energetici e alimenta la crisi climatica, il governo Meloni spende centinaia di milioni di euro per difendere con le armi le rotte delle fonti fossili, aggravando la sudditanza dell’Italia e togliendo risorse alla transizione energetica. È esattamente l’opposto di quello che andrebbe fatto, ovvero tassare le aziende fossili che stanno guadagnando dal caro energia e investire nelle rinnovabili», ha detto Sofia Basso, campaigner pace e disarmo di Greenpeace Italia.

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