Ci si ammazza non soltanto ai bordi delle strade, anche, in carcere, quest’anno siamo già a nove detenuti che non hanno retto l’urto dell’appropriazione indebita della loro dignità, non gli è stato concesso neppure di onorare il proprio desiderio di riparazione.

di Vincenzo Andraous —

C’è una Italia, che soccombe alle parole usate come clave, che arretra dove il dolore non è solo un’emozione, che sale alta al cuore, ma un perenne disfacimento, che non consente sguardo dietro le spalle, un perimetro dove non c’è più  spazio per una riflessione capace di suscitare un brivido al basso della schiena. Figuriamoci una risposta condivisa, partecipata per tentare di sostituire il vuoto costruito a misura, che però non rimane indifferente, non s’arrende alle intemperie umane che il tempo preso a gomitate fa diventare disumane.

Un paese in cui un giorno si e l’altro pure agonizza tra gli echi delle assenze ingiustificate, dei morti ammazzati, dai silenzi protratti degli innocenti, così pure dei colpevoli spesso portati in trionfo dalle solite parole elargite in fretta proprio per non dire niente. Sembra tutto così insopportabile, sbalorditivo, quanto la resistenza ostinata a un dolore che non consente tregua. Una Italia intontita dalle ingiustizie, dalle illegalità, dalle prepotenze, dall’uso inusitato della violenza. Oppressa dagli abusi e  dai soprusi, non soltanto da chi si sente un ribelle inconcludente, ma pure da chi si sente al di sopra della legge, delle regole, di qualsiasi ordinamento. Pellerossa e giubbe blu, delinquenti e tutori della legge,  guardie e ladri, ma nonostante i tanti luoghi comuni rimane quell’impronta che così non si “va avanti” davvero.

La rincorsa a difendere, a giustificare, a neutralizzare ad ogni costo i giorni che scorrono pesanti rendendo vani quelli più leggeri, perché giusti nella loro essenza, nel significato profondo della propria dignità. Ci si ammazza non soltanto ai bordi delle strade, anche, in carcere, quest’anno siamo già a nove detenuti che non hanno retto l’urto dell’appropriazione indebita della loro dignità, non gli è stato concesso neppure di onorare il proprio desiderio di riparazione.

C’è un’Italia che richiama ognuno e, ciascuno, al rispetto delle regole, ognuno e, ciascuno, affinchè, quelle regole costituiscano, costitutivamente, l’autorevolezza insita in ogni esempio di comunità, di società, di vita. A fronte di accadimenti, tanto inquietanti, sarà bene sottolineare, ulteriormente, che, il rispetto per noi stessi e per gli altri, non lo si apprende attraverso una formuletta disegnata alla lavagna, per quanto bravo il maestro di turno, ma solo e unicamente attraverso l’esempio, quello davvero autorevole, che ci deve accompagnare e accogliere.

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