Il sospetto di una forzatura istituzionale nella nascita della Repubblica italiana, che fa temere possa essersi trattato di un “broglio elettorale“.
di Piero Mastroiorio —
Il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, i cui primi dati al Viminale nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1946, nonostante il silenzio ufficiale del ministro dell’Interno, iniziarono a filtrare tra i giornalisti notizie sull’arrivo di un rilevante numero di sezioni elettorali proveniente dalle regioni meridionali che evidenziavano un netto vantaggio per la monarchia. Nelle stesse ore iniziò a circolare tra i giornalisti una battuta, su cui si ricamerà molto a sostegno della tesi dei presunti brogli, sul fatto che «una vecchia volpe come Romita non si lascia fregare così, avrà sicuramente qualche carta di riserva».

In quelle concitate ore di 80 anni fa, complice il passaparola, si alimentò così la leggenda dell’esistenza al Viminale di un milione di schede prevotate per la repubblica, nonostante, come ricordava il sottosegretario, il democristiano Giuseppe Spataro, il ministero dell’Interno fosse «assolutamente estraneo al controllo dei risultati elettorali», quel referendum rappresentò uno dei momenti più importanti e controversi della storia italiana. Per la prima volta gli italiani, comprese le donne, furono chiamati alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Il risultato ufficiale assegnò la vittoria alla Repubblica con circa 12.700.000 di voti contro i 10.700.000 ottenuti dalla Monarchia.
Nei giorni successivi al voto, i dati provenienti dalle varie prefetture apparivano frammentari e talvolta contraddittori. Alcune comunicazioni preliminari sembravano indicare un vantaggio monarchico in diverse aree del Paese, soprattutto nel Sud, mentre il Nord si esprimeva in larga maggioranza per la Repubblica. L’incertezza favorì la diffusione di voci secondo cui il risultato finale sarebbe stato oggetto di pressioni politiche o manipolazioni amministrative. A sostegno della «grande frode» a danno della monarchia è stato, a più riprese, citato uno studio sui risultati ufficiali del “referendum” istituzionale del 2 giugno 1946 di Agostino Padoan, dei primi anni Cinquanta del secolo scorso, in cui si sosteneva che gli aventi diritto al voto per le elezioni del 2 giugno 1946 sarebbero stati poco più di 26.411.440 e non i 28.005.449, come riportato dai dati ufficiali del ministero dell’Interno.

«Lo scopo di questo studio non era, né poteva esserlo, di dimostrare che il 2 giugno 1946 la vittoria dei voti non era stata dei fautori della repubblica», precisava, però, nella conclusione dello studio lo stesso Padoan, «ma di dimostrare che l’organizzazione elettorale del “referendum” era stata imperniata su un falso di cifre – popolazione e numero degli elettori – preordinato per una
emissione di un numero corrispondente di falsi certificati elettorali, che inficiava a priori il risultato delle votazione». Detto in altri termini, a tavolino si sarebbe ordita una macchinazione per trasformare un paio di milioni di certificati elettorali in altrettante schede con il voto per la repubblica, che a un certo punto del faticoso scrutinio sarebbero stati mescolati a quelli veri da parte del ministro dell’Interno.
Non fu l’unico argomento utilizzati dai sostenitori della tesi del broglio, infatti, anche il numero delle schede nulle e contestate, fu tirato in ballo, tanto che per alcuni commentatori, la Corte di Cassazione avrebbe, inizialmente, rilevato la necessità di verificare più attentamente tali schede prima di proclamare definitivamente il risultato. I monarchici sostennero che una revisione completa avrebbe potuto modificare l’esito del referendum. Gli storici che respingono la tesi del broglio osservano, però, che il margine di vantaggio della Repubblica era sufficientemente ampio da rendere improbabile un ribaltamento del risultato.
Molti esponenti monarchici denunciarono presunte anomalie nello scrutinio e nella trasmissione dei dati: alcuni sostennero che verbali elettorali sarebbero stati modificati o che vi sarebbero stati errori sistematici nella contabilizzazione dei voti. Nel corso dei decenni queste accuse furono riprese da autori e ricercatori, che ritengono come il processo di transizione istituzionale fosse fortemente influenzato dal clima politico del dopoguerra e dalla volontà delle forze antifasciste di favorire la nascita della Repubblica.
Un altro elemento frequentemente citato riguarda la decisione della Corte di Cassazione, che il 18 giugno 1946 proclamò ufficialmente la vittoria della Repubblica. I critici sostengono che vi fossero incertezze giuridiche sulla procedura seguita e che alcune verifiche non sarebbero state completate prima della proclamazione definitiva. La maggior parte degli studiosi, tuttavia, considera legittimo l’operato delle istituzioni dell’epoca e ritiene che le contestazioni non abbiano mai prodotto prove concrete di una manipolazione decisiva.

L’abbandono dell’Italia da parte di Umberto II, il 13 giugno 1946, contribuì ulteriormente ad alimentare le polemiche. Il sovrano denunciò, implicitamente, il modo in cui era stata gestita la transizione e lasciò il Paese senza riconoscere pienamente la correttezza dell’intero processo. Per i monarchici, questo gesto rappresentò la conferma che la partita non fosse stata giocata ad armi pari. Per i repubblicani, invece, si trattò di una scelta necessaria per evitare tensioni e possibili disordini civili.
A ottant’anni di distanza, “aspettare il re” ha un che di utopico, ma il referendum del 1946 continua a suscitare discussioni. Le tesi che parlano di broglio elettorale si basano principalmente su incongruenze procedurali, interpretazioni giuridiche e testimonianze indirette e ciò non significa che il processo sia stato privo di criticità o di tensioni politiche. Al contrario, il referendum si svolse in un Paese appena uscito dalla guerra, profondamente diviso e attraversato da forti contrapposizioni ideologiche. In questo contesto, dubbi e sospetti continuano ad accompagnare uno degli eventi fondativi della Repubblica italiana, che ha consegnato agli elettori una nuova monarchia, repubblicana. In nessun Paese occidentale, dove il compito di rappresentare il popolo sia affidato ad un parlamento democraticamente eletto, esiste una figura istituzionale, con poteri ampi, come la scelta del premier e lo scioglimento delle Camere, che resti in carica, senza rispondere del suo operato o sottoporsi al giudizio degli elettori, per sette anni, rinnovabili per altri sette e, se età e salute lo consentono, aggiungerne altri, fino a diventare di fatto un monarca.
Auguri Repubblica, per i tuoi 80 anni!
FONTE: “2 giugno 1946: storia di un referendum” di Federico Fornaro, Senatore della Repubblica dal 2013 al 2018, attualmente, deputato.

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