di Redazione —

«La crescita dei casi è reale e le cause sono molteplici e intrecciate», dice la dottoressa Giorgia Attioli, biologa nutrizionista di Doctolib.it. Da un lato, infatti, si registra maggiore consapevolezza e strumenti diagnostici più sofisticati; dall’altro, fattori ambientali e abitudini alimentari moderne, cibi ultra-processati, stress, antibiotici frequenti e diete monotone, riducono la capacità dell’organismo di tollerare certi alimenti.

Negli ultimi anni le intolleranze alimentari sembrano in aumento, come rivela una recente analisi europea pubblicata su Allergy, che stima come, circa, il 20% degli adulti si dichiari “intollerante” o “allergico” a qualche alimento, un numero in crescita rispetto al decennio precedente, ma quanto di questo è reale e quanto invece è percepito? Studi recenti confermano che zuccheri raffinati, grassi e additivi presenti nei cibi industriali non solo favoriscono problemi digestivi, ma possono aumentare allergie e disturbi infiammatori come asma, dermatiti e rinite, soprattutto nei più giovani.

Gli scaffali dei supermercati sono pieni di prodotti “senza zuccheri”, “senza glutine” o “senza lattosio”, ma eliminare un ingrediente non rende automaticamente l’alimento più salutare:

  • “Senza zuccheri” = più leggero? Spesso contiene dolcificanti che, se assunti in eccesso, possono provocare gonfiore e problemi intestinali.
  • “Senza glutine” = più salutare? Senza una diagnosi, una dieta gluten free può essere più calorica e povera di nutrienti, con ridotto apporto di fibre, vitamine del gruppo B e ferro.
  • “Senza lattosio” = adatto a tutti? Il lattosio non è un nemico: chi non è intollerante può consumarlo con moderazione, preferendo prodotti fermentati quando necessario.

Le diete “fit” e i trend del clean eating, amplificati dai social, rischiano di trasformare l’alimentazione in una rigidità dannosa. Tra gli adolescenti che seguono regimi restrittivi senza motivi medici, il 40% sviluppa ansia per la purezza del cibo e il 25% lega la dieta all’autostima o al controllo del peso.

Non tutti i disturbi post-prandiali indicano intolleranze alimentari. Gonfiore, crampi, diarrea o nausea ricorrenti richiedono una valutazione professionale. Solo test scientificamente validati possono confermare un’intolleranza:

  • Hydrogen Breath Test: misura l’idrogeno espirato dopo l’ingestione di zuccheri, utile per lattosio e fruttosio.
  • Test sierologici e biopsia per celiachia: ricerca anticorpi specifici e conferma eventuale danno intestinale.

Test alternativi, fai-da-te o basati sul web non hanno validità scientifica e possono portare a diete sbilanciate. Ritrovare la tolleranza significa adottare abitudini sane e consapevoli:

  • Regolarità: pasti a orari simili e masticazione lenta favoriscono la digestione.
  • Varietà: alternare alimenti e gruppi nutrizionali sostiene il microbiota intestinale.
  • Moderazione: limitare cibi ultra-processati, zuccherati o troppo salati.
  • Fermentati con giudizio: yogurt, kefir e altri cibi fermentati aiutano l’equilibrio intestinale.
  • Idratazione e tisane: acqua sufficiente e infusi di finocchio, zenzero o menta favoriscono il comfort digestivo.
  • Gestione dello stress e attività fisica: corpo e mente equilibrati migliorano la tolleranza alimentare.

«La vera tolleranza nasce dalla conoscenza. Prima di eliminare qualcosa, chiediamoci se esiste una reale motivazione. Il corpo, come le persone, funziona meglio quando è ascoltato con equilibrio e senza estremi», conclude Attioli.

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