di Piero Mastroiorio —

Nonostante i dati confortanti dell’ISTAT, Istituto nazionale di Statistica, che fissano, nel mese di luglio 2025, il numero degli occupati a 24.217.000 unità, in crescita rispetto al mese precedente, come i dipendenti permanenti a 16.448.000 unità e i dipendenti a termine a 2.567.000, mentre, rivela una diminuzione per i lavoratori autonomi, che scendono a 5.202.000, come quello, su base mensile, del tasso di occupazione e quello di inattività, che raggiungono il 62,8% e il 33,2% rispettivamente, mentre il tasso di disoccupazione scende al 6,0%, sempre più italiani lavorano, ma restano poveri.

Cosa è il “lavoro povero” e perché sta crescendo in Italia?

Il lavoro povero è una condizione in cui una persona, pur lavorando regolarmente, non guadagna abbastanza per superare la soglia di povertà. In Italia, questa situazione riguarda oltre 3.000.000 di lavoratori, secondo i dati ISTAT ed Eurostat. Il problema non è solo la disoccupazione, ma anche l’aumento di lavori sottopagati, precari o part-time non volontari. Un fenomeno trasversale che colpisce soprattutto:

  • Giovani sotto i 35 anni
  • Donne
  • Lavoratori del Sud
  • Addetti nei settori turismo, commercio e servizi

Quali le cause del “lavoro povero” in Italia?

1. Part-time involontario: una scelta obbligata

In Italia, oltre il 60% dei lavoratori part-time accetta questo tipo di contratto non per scelta, ma per mancanza di alternative a tempo pieno.
Molti contratti part-time:

  • Offrono stipendi troppo bassi per vivere dignitosamente
  • Sono spezzettati in micro-turni o lavoro a chiamata
  • Riducono i contributi pensionistici e le tutele

Ad essere più colpiti i settori del commercio, GDO, turismo, ristorazione, logistica e assistenza.

2. Precarietà contrattuale e instabilità lavorativa

Il secondo grande motore del ‘lavoro povero‘ è la precarietà:

  • Contratti a tempo determinato
  • Collaborazioni occasionali
  • Tirocini non retribuiti
  • Finte partite IVA

Nel 2025, oltre il 55% dei nuovi contratti stipulati in Italia è a termine. Questo crea insicurezza economica, impossibilità di progettare un futuro e una generazione di lavoratori “sospesi”.

Quali potrebbero essere le conseguenza sociali del “lavoro Povero”?

Il “lavoro povero“, con la sua capacità di minare la coesione sociale non è solo una questione economica, infatti, tra le principali conseguenze anovera:

  • Aumento delle disuguaglianze
  • Declino dei consumi interni
  • Crescita della sfiducia nelle istituzioni
  • Fuga dei giovani all’estero
  • Difficoltà ad accedere a mutui, affitti o cure mediche

Quali soluzioni si potrebbero adottare per contrastare il lavoro povero in Italia?

Per ridurre il numero di “lavoratori poveri” in Italia servono riforme strutturali e interventi concreti:

1. Introdurre un salario minimo legale

L’Italia è uno dei pochi Paesi UE senza un salario minimo stabilito per legge. Una retribuzione oraria dignitosa è fondamentale.

2. Contrastare l’abuso di contratti precari

Serve una regolamentazione più severa per evitare che le aziende abusino di contratti a termine o finte collaborazioni.

3. Incentivare il passaggio da part-time a full-time

Attraverso sgravi fiscali o premi per le aziende che assumono stabilmente e a tempo pieno.

4. Rafforzare le politiche attive per il lavoro

Più investimenti in formazione professionale, orientamento e riqualificazione.

In Italia, il lavoro deve tornare ad essere dignitoso. Avere un lavoro, non basta più, per non essere poveri. Il vero problema, oggi, è la qualità dell’occupazione: stabile, retribuita, tutelata. Affrontare il fenomeno del “lavoro povero” significa restituire dignità ai lavoratori, rilanciare l’economia interna e ridurre le disuguaglianze sociali.


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