Quando i governanti decidono i conflitti, ma a pagare davvero sono sempre i cittadini.
di Piero Mastroiorio —

La guerra viene spesso raccontata come una questione di strategie, confini, interessi nazionali e decisioni politiche. Nei discorsi ufficiali appare come uno scontro necessario, una scelta inevitabile presa da governi che parlano di sicurezza, difesa o prestigio internazionale, ma, osservando la storia con attenzione, emerge una verità semplice e crudele: a pagare il prezzo delle guerre non sono quasi mai coloro che le decidono.
I governanti dichiarano le guerre, ma raramente le combattono. Le firme sui trattati, gli ordini militari e le dichiarazioni solenni partono da palazzi sicuri, lontani dalle esplosioni, dalle trincee, dalle città bombardate, dalla Morte. I leader restano protetti da eserciti, bunker e protocolli di sicurezza, mentre il peso reale del conflitto ricade su milioni di persone comuni.
Sono i cittadini, ingannati dai racconti dei potenti del momento, a partire per il fronte, spesso, giovani, che, fino al giorno prima, studiavano, lavoravano o progettavano il proprio futuro. Sono le famiglie a rimanere senza figli, senza genitori, senza casa. Sono i lavoratori a vedere distrutte le fabbriche, i contadini a perdere i campi, i bambini a crescere tra macerie e paura. La guerra non entra nei palazzi del potere con la stessa forza con cui entra nelle case della gente.

La storia offre innumerevoli esempi di questo squilibrio. Durante la Grande Guerra, la Prima Guerra mondiale milioni di soldati morirono nelle trincee, mentre le decisioni, che, avevano portato al conflitto, erano state prese da élite politiche e militari lontane dal fronte. Nella Seconda guerra mondiale intere città furono rase al suolo e milioni di civili persero la vita, mentre, i leader, che avevano guidato i loro Paesi verso lo scontro, restavano protetti dalle conseguenze immediate delle loro scelte. Oggi, con le guerre di Gaza, Ucraina, Medio Oriente, tutte in corso, si verifica la stessa cosa. L’uomo, non ha imparato nulla, dai sui stessi errori.
Questo non significa che la politica non abbia responsabilità o che le guerre nascano dal nulla, al contrario: nascono, quasi, sempre da decisioni politiche, da interessi economici, da rivalità di potere. Tuttavia, il sistema stesso fa sì che chi prende quelle decisioni, nascondendo molte verità, raramente paghi il prezzo più alto. Il popolo, invece, paga sempre. Paga con le tasse che finanziano gli eserciti, con la perdita di libertà in nome della sicurezza, con l’inflazione, con la distruzione delle infrastrutture, con le vite spezzate.

Anche quando la guerra finisce, le conseguenze rimangono per decenni: città da ricostruire, economie da rialzare, traumi collettivi difficili da superare e, soprattutto, arricchimento, da affari loschi, tra cui la borsa nera, o le speculazioni, come si vede oggi con i carburanti, già aumentati, senza pensare che ci sono le riserve, che certo non sono aumentate, perché stoccate da anni, da qualche parte, favorendo ingenti guadagni, per individui senza scrupoli.
Per questo motivo, ogni discussione sulla guerra dovrebbe partire da una domanda fondamentale: chi ne sopporta davvero le conseguenze? Finché la risposta continuerà ad essere “il popolo”, mentre chi decide resta relativamente al sicuro, il rischio sarà sempre lo stesso: che la guerra venga considerata una scelta politica possibile, invece che l’ultima e più tragica delle opzioni. Ricordare questa realtà non significa ignorare la complessità dei conflitti, ma riportare al centro ciò che spesso viene dimenticato: dietro ogni guerra non ci sono solo mappe e strategie, ma milioni di vite ordinarie che pagano il prezzo di decisioni prese altrove e, finché sarà così, la guerra resterà, prima di tutto, una tragedia per chi non l’ha scelta!

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