Continuare a parlarne per slogan, per etichette vetuste, serve a poco, se non a creare ulteriore confusione, peggio, assuefazione. La violenza non ha mai ragione, eppure, attraverso di essa, c’è la convinzione di poter galleggiare, dentro una vita che, invece, non c’è. Una marginalità che accomuna i giovani nella ricerca sconclusionata di un’identità in cui ritrovarsi, riconoscersi.
di Vincenzo Andraous
Non c’è giorno in cui una donna non venga offesa, umiliata, uccisa dal prepotente incompetente umano di turno. Non passa settimana che un giovanissimo non venga preso di mira a gomitate e fin’anche a coltellate, perché educato, gentile, erroneamente inteso più debole, più fragile, differente nei modi e negli atteggiamenti. Drappelli sconclusionati di adolescenti imbizzarriti mettono a soqquadro quartieri e periferie, lo fanno con metodo, senza batter ciglio, come se il dolore non fosse un disfacimento, la creazione di un recinto dove tutto può essere condiviso, dunque anche le cose più inaccettabili.

C’è un brusio, un disturbo programmato, che fa dell’ascolto e dell’attenzione a quanto accade nelle nostre case, nelle strade, nelle città, una sorta di persistente assenza di domande, lasciate rasenti i muri, senza bisogno di risposte, le quali si trasformano in ferite che non si rimarginano. Ogni volta, la panacea, sta nell’aumentare il tetto delle condanne, delle pene, nelle grida scomposte che tanto nessuno finisce in carcere per i reati che commette, c’è un continuo moltiplicatore di impunti, di delinquenti qua e là per giunta senza fissa dimora. Eppure è sotto gli occhi di tutti come invece il carcere sia incancrenito da un sovraffollamento endemico, a dir poco mostruoso.

Una sequela infinita di persone abusate, ferite, terminate a un palmo dal nostro naso, eppure permane la dimenticanza, la smemoratezza, che, si, è necessaria la severità di una giustizia spesso, sempre più spesso, poco schierata dalla parte delle vittime, ma proprio per questo c’è urgenza di investire in interventi che sappiano parlare alle coscienze dei più giovani, a coloro che domani avranno il dovere e anche il diritto di mettersi a mezzo, di traverso a una cultura della prepotenza, dell’illegalità, dell’ingiustizia.
Un problema sociale, è tale, perché coinvolge tutti, nessuno escluso. Continuare a parlarne per slogan, per etichette vetuste, serve a poco, se non a creare ulteriore confusione, peggio, assuefazione. La violenza non ha mai ragione, eppure, attraverso di essa, c’è la convinzione di poter galleggiare, dentro una vita che, invece, non c’è. Una marginalità che accomuna i giovani nella ricerca sconclusionata di un’identità in cui ritrovarsi, riconoscersi. Forse, per arginare le tante e troppe parole d’ordine, bisognerà proporre per davvero alternative credibili, per un giovanissimo che pensa di risolvere ogni cosa con una gomitata, per un adulto che ritiene di possedere l’amore a proprio uso e consumo.

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