Tra raccolte firme e rifiuto della guerra: il consenso popolare potrebbe cambiare la posizione dell’Italia?
di Piero Mastroiorio —
Negli ultimi mesi, il dibattito sulla neutralità dell’Italia ha assunto un tono più concreto, non si tratta più soltanto di discussioni accademiche o slogan politici: associazioni, gruppi civici e movimenti stanno promuovendo raccolte firme e campagne pubbliche per chiedere un ripensamento del ruolo italiano nelle alleanze militari internazionali. A rendere il fenomeno ancora più significativo sono alcuni dati emersi nei sondaggi sull’opinione pubblica. Una parte crescente degli italiani dichiara di non voler partecipare a un eventuale conflitto armato e secondo diverse rilevazioni esiste una quota consistente della popolazione che rifiuterebbe il coinvolgimento diretto in un esercito.

Questo elemento apre una questione delicata: quanto può reggere un sistema di alleanze militari senza il sostegno convinto dei cittadini?
A mio modesto parere poco. A supporto userei i dati pubblicati da Esquire, lo scorso 7 marso 2025, relativi alla risposta data dai cittadini europei alla domanda “quanto sei propenso ad andare in guerra per il tuo Paese“, in Germania ha risposto sì solo il 23%, in Belgio si dice disponibile solo il 19%, nei Paesi Bassi, ancora meno, solo il 15%, quindi, l’Itali, con solo il 14%, combatterebbe per difendere il proprio territorio, solo 14 persone su 100, in teoria, sarebbero disponibili.
Per molti sostenitori della neutralità, il punto centrale è proprio questo: i trattati internazionali vengono percepiti come strumenti politici validi soltanto finché esiste consenso democratico. Quando una parte importante della popolazione cambia orientamento, anche gli accordi considerati “intoccabili” possono essere messi in discussione. Nella storia europea, d’altronde, numerosi trattati sono stati modificati, superati o abbandonati in seguito a trasformazioni politiche e sociali profonde.
Ricordate l’espressione “i trattati sono cartastraccia”, attribuita spesso in modo polemico a figure storiche e leader politici del passato? Bene, oggi, viene ripresa da chi sostiene che nessun accordo internazionale possa prevalere indefinitamente sulla volontà popolare. Secondo questa visione, se una maggioranza degli italiani arrivasse davvero a chiedere neutralità e disimpegno militare, anche, la permanenza nella NATO potrebbe diventare oggetto di revisione politica. Naturalmente, il percorso sarebbe complesso. Uscire da un’alleanza militare non è un gesto simbolico: comporterebbe conseguenze diplomatiche, economiche e strategiche enormi. L’Italia dovrebbe ridefinire la propria sicurezza nazionale, i rapporti con gli alleati occidentali e il ruolo delle basi militari presenti sul territorio.
Tuttavia, il crescente distacco emotivo dei cittadini dalle logiche militari tradizionali rappresenta un cambiamento reale. Dopo decenni in cui la sicurezza collettiva era percepita come una necessità indiscutibile, oggi, molti europei mostrano una maggiore diffidenza verso il coinvolgimento in guerre internazionali e una crescente attenzione ai costi economici e sociali dei conflitti. La domanda che emerge è politica prima ancora che militare: uno Stato può continuare a sostenere strategie internazionali che una parte rilevante della popolazione non sente più proprie? Per ora, l’Italia resta saldamente inserita nel sistema euro-atlantico, ma la crescita di movimenti neutralisti, il malcontento verso le guerre e il calo della disponibilità al sacrificio militare indicano che il tema potrebbe diventare sempre più centrale nei prossimi anni.

