Settant’anni di occupazione, bombardamenti e migliaia di bambini uccisi: perché il mondo chiede la fine del controllo israeliano su Gaza?

di Piero Mastroiorio

Da oltre settant’anni il popolo palestinese vive tra occupazione, guerra, espulsioni e distruzione. Dal 29 novembre 1947, anno della spartizione della Palestina, con la Risoluzione ONU 181, che prevedeva la divisione del territorio in due stati (ebraico e arabo) con Gerusalemme sotto controllo internazionale, proposta dalle Nazioni Unite, fino ai bombardamenti che oggi devastano Gaza, milioni di palestinesi hanno conosciuto soltanto precarietà, assedio e violenza, per questo una parte, sempre più crescente, della comunità internazionale ritiene che Israele debba lasciare definitivamente i territori occupati palestinesi: non solo per una questione politica, ma per fermare una tragedia umanitaria che molti descrivono ormai come genocidio del Popolo palestinese.

La proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, segnò per i palestinesi l’inizio della Nakba, la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare le proprie case, i propri villaggi e le proprie terre, da allora il territorio palestinese si è progressivamente ridotto, mentre intere generazioni sono cresciute sotto occupazione militare o nei campi profughi. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Sebbene nel 2005 abbia ritirato ufficialmente i coloni dalla Striscia, il controllo israeliano sulle frontiere, sullo spazio aereo, sul mare e sui beni essenziali ha trasformato Gaza in un territorio isolato e soffocato. Per molti osservatori internazionali, parlare di “fine dell’occupazione” è quindi una finzione politica.

Oggi, Gaza è uno dei luoghi più devastati al Mondo: migliaia di edifici distrutti, ospedali ridotti in macerie, mancanza di acqua, elettricità e medicinali, soprattutto, migliaia di bambini morti. Nella Striscia di Gaza si stima che le vittime palestinesi abbiano superato le 70.000 unità, con alcune stime specializzate che indicano oltre 75.000 morti, a cui si aggiungono oltre 170.000 persone ferite. Il bilancio include decine di migliaia di donne e bambini. Secondo i rapporti basati sui dati del Ministero della Salute palestinese e citati da organizzazioni internazionali, si stima che oltre 21.000 bambini siano stati uccisi nei primi due anni di guerra (fino all’aprile/maggio 2026). Altre fonti indicano un numero superiore a 50.000 bambini morti o feriti (bombardamenti/ferite) al febbraio 2026.

È questo il punto che sta indignando il mondo intero. Le immagini dei corpi dei bambini estratti dalle macerie hanno segnato profondamente l’opinione pubblica internazionale. Neonati uccisi nei bombardamenti, famiglie cancellate interamente dai registri civili, minori mutilati o rimasti orfani: una tragedia che ha spinto molti attivisti, giornalisti e organizzazioni umanitarie a parlare apertamente di genocidio della popolazione palestinese.

Sostenere che Israele debba lasciare Gaza é come dire: nessuna sicurezza può essere costruita sopra la distruzione sistematica di un popolo. Per decenni, l’occupazione militare e il blocco hanno alimentato rabbia, estremismo e disperazione. Ogni offensiva ha lasciato dietro di sé nuove generazioni traumatizzate, cresciute tra le bombe e l’odio. La permanenza israeliana nei territori palestinesi viene inoltre considerata illegale da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. La comunità internazionale continua formalmente a sostenere la soluzione dei due Stati, ma, sul terreno, la continua espansione del controllo israeliano ha reso questa prospettiva sempre più fragile.

Molti giuristi e osservatori ritengono che la prosecuzione dell’occupazione e della guerra alimenti soltanto altro odio, creando una spirale infinita di vendetta e disperazione. La richiesta sempre più forte è quella di un cessate il fuoco stabile, della fine dell’assedio e dell’avvio di un reale processo politico capace di riconoscere ai palestinesi il diritto a uno Stato libero e sovrano, perché ogni giorno che passa a Gaza non muoiono soltanto combattenti, ma, anche e, soprattutto, muoiono bambini e con loro muore una parte dell’umanità di chi continua a voltarsi dall’altra parte.

Mentre Israele rivendica il diritto di difendersi dagli attacchi di Hamas e dal terrorismo, sempre più governi, intellettuali e organizzazioni per i diritti umani sostengono che la risposta militare israeliana abbia superato ogni principio di proporzionalità. La domanda che oggi attraversa il Mondo è semplice e terribile allo stesso tempo: quante vite palestinesi, quanti bambini morti, quante città distrutte saranno ancora necessarie prima che si comprenda che l’occupazione non ha portato pace né sicurezza? Per molti la risposta è chiara: Israele deve lasciare i territori occupati perché nessun popolo può vivere indefinitamente sotto assedio, senza libertà e senza futuro. Continuare su questa strada significa soltanto prolungare una tragedia iniziata nel 1947 e trasformata, anno dopo anno, in una delle più grandi ferite umanitarie del nostro tempo.

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