Sanità pubblica, L’ultimo Rapporto PIT Salute 2026, dedicato alla Sanità pubblica, di Cittadinanzattiva, rivela un sistema sempre più difficile da raggiungere e come sia consolidata una vera e propria “architettura di esclusione” dal percorso di cura, dove il problema non riguarda soltanto l’attesa per ottenere una prestazione, ma la crescente impossibilità di prenotarla.
di Redazione —
L’ultimo Rapporto PIT Salute 2026 di Cittadinanzattiva, realizzato in collaborazione con le principali federazioni delle professioni sanitarie, rivela, a trent’anni dalla nascita del servizio di tutela, come, dalle 14.176 segnalazioni raccolte nel 2025, l’SSN, Servizio Sanitario nazionale, sia sempre più segnato da ostacoli, ritardi e disuguaglianze, dove non è più soltanto la qualità dell’assistenza a preoccupare i cittadini, ma la possibilità stessa di accedere alle cure, con quasi la metà delle segnalazioni ricevute, il 48,2%, riguardi le difficoltà di accesso a visite, esami e prestazioni. Tempi d’attesa eccessivi, agende chiuse, prenotazioni impossibili e difficoltà nel contattare i CUP rappresentano le principali criticità denunciate dai cittadini.
Secondo Cittadinanzattiva si è ormai consolidata una vera e propria “architettura di esclusione” dal percorso di cura. Il problema non riguarda soltanto l’attesa per ottenere una prestazione, ma la crescente impossibilità di prenotarla. Le agende chiuse vengono indicate come la barriera più grave, perché rendono invisibile la domanda di salute e impediscono di misurare il reale fabbisogno assistenziale.

I dati sono particolarmente allarmanti per la diagnostica: TAC, risonanze magnetiche ed ecografie risultano tra gli esami più colpiti dai ritardi. Oltre la metà dei cittadini segnala il mancato rispetto delle priorità indicate nelle prescrizioni mediche. Emblematici alcuni casi riportati nel Rapporto: una gastroscopia urgente, da effettuare entro 72 ore, viene eseguita mediamente dopo oltre tre settimane; una mammografia in classe breve può richiedere oltre cento giorni di attesa.
La situazione appare ancora più critica nell’ambito della prevenzione: per alcune prestazioni programmate i tempi superano abbondantemente un anno, con punte di 480 giorni per una mammografia e oltre 500 giorni per una risonanza magnetica encefalica. Anche le visite specialistiche registrano ritardi incompatibili con le esigenze cliniche. Le attese possono raggiungere 270 giorni per una visita cardiologica programmata e oltre 480 giorni per una visita oculistica. Particolarmente preoccupante il dato relativo alle visite oncologiche differibili, per le quali vengono segnalati tempi fino a sei mesi. Le difficoltà non terminano dopo il primo accesso al sistema sanitario. Le visite di controllo rappresentano un ulteriore punto critico: per alcuni follow-up programmati si arriva ad attendere fino a 660 giorni, quasi due anni.
Il secondo ambito maggiormente segnalato nel Rapporto Pit Salute riguarda l’assistenza sanitaria territoriale, che rappresenta il 19,7% delle istanze raccolte. I cittadini lamentano soprattutto difficoltà nel rapporto con medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, tra carenza di professionisti, pensionamenti non sostituiti e scarsa reperibilità. Persistono inoltre criticità nell’accesso ai servizi di salute mentale, alle Residenze sanitarie assistenziali e all’assistenza domiciliare integrata, spesso percepita come frammentata e incapace di garantire una presa in carico continuativa delle persone più fragili.
Molte sfide restano aperte: dalla riduzione delle liste d’attesa alla piena attuazione della riforma per gli anziani non autosufficienti, fino allo sviluppo delle Case della Comunità, che, secondo l’associazione, faticano ancora a diventare un reale punto di riferimento per i cittadini. Tra i dati più significativi del Pit Salute spicca la crescita delle segnalazioni relative all’assistenza protesica e integrativa, passate in un solo anno dallo 0,9% al 7% del totale. Un aumento che Cittadinanzattiva collega all’entrata in vigore del nuovo Decreto Tariffe, che ha modificato i rimborsi previsti dal Servizio sanitario nazionale. La conseguenza, secondo l’associazione, è stata una riduzione dell’offerta e il rischio di una crescente standardizzazione dei dispositivi, con possibili ripercussioni sulla personalizzazione delle cure e sulla qualità della risposta assistenziale.

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