SLG-CUB POSTE: «Troppi lavoratori, abituati da quei sindacati pregressi, a subire ogni forma di compressione dei diritti alla salute, alla dignità e al lavoro, appaiono come storditi e confusi da questa situazione, senza capire i motivi del loro malessere, mentre proprio quei sindacati tergiversano e l’azienda parte sempre dal presupposto di imporre qualsiasi manovra, nell’idea di continuare a pressare, senza freni, sul personale e ricavare soldi per i soci azionisti privati.».

di Redazione —

«È sceso pesantemente il livello popolare di stima e di fiducia verso il sistema del servizio postale italiano, ma gli utenti non devono pensare male dei postini o degli sportellisti. Il sistema è malato a monte e la responsabilità è solo politica. Le privatizzazioni hanno portato solo rovina, e quella di Poste Italiane non fa eccezione. I sindaci che denunciano, su giornali locali, le disfunzioni e i disservizi, dovrebbero anche spiegare ai propri cittadini come mai gli schieramenti politici, in Parlamento, e a cui questi stessi sindaci si riferiscono, parteggiano per il mantenimento della privatizzazione di Poste Italiane, pur davanti ai logici danni generati dalla sua trasformazione in SpA e dalla sua vendita in Borsa, rovinando il Servizio Universale e a danno dell’interesse sociale ed economico collettivo nazionale», scrive SLG-CUB Poste, in un comunicato stampa sottolineando: «le Poste devono ritornare sotto la gestione pubblica, al 100%, per la tutela del benessere comune. 

La propaganda aziendale presenta un mondo fatato, con spot pubblicitari ad hoc e video di dipendenti postali sereni e orgogliosi in un’azienda di successo, con miliardi di utili che piovono dal cielo di Poste Italiane, come se ci fosse un diluvio universale monetario. Come “SLG-CUB Poste” ha sempre sostenuto, questo “successo” economico é assolutamente influenzato dalla vendita di numerosi palazzi storici e prestigiosi, dagli indecenti risparmi sul personale e dagli sproporzionati aumenti delle tariffe dei servizi pubblici. Questa impostazione speculativa, tagliando oltre 100.000 posti di lavoro e con l’incivile sistema di consegna della posta a “giorni alterni e rarefatti”, ha rovinato il servizio postale. Inoltre, l’eliminazione di 2mila uffici postali, e i pochi operatori agli sportelli residui, ancora aperti, ha creato disagi e lunghe file.

Lo stress è l’unica certezza lavorativa. Il peggior trattamento ricevuto dagli utenti, spesso fa sì che essi scarichino il peso del loro risentimento direttamente in capo ai lavoratori che si trovano davanti, siano postini o sportellisti, senza pensare che sono proprio i dipendenti postali ad essere massacrati da questo sistema speculativo. Quello che gli utenti non sanno è che si va allo sbaraglio, con pochissimo personale, una mole di lavoro sempre maggiore, e con stipendi insufficienti; attrezzature e locali di lavoro sono spesso inadeguati o fatiscenti. In questo contesto troppi si ammalano, si infortunano e si fanno male in molti modi. E chi ha i problemi di salute, deve affrontare percorsi ad ostacoli e difficoltà, ricevendo ancora più stress.

Ecco perché le dimissioni aumentano, rinunciando così ad un lavoro che dà sempre più ansia invece che dignità. A questo si aggiungano le continue “riorganizzazioni” interne, che, ogni volta, puntano solo a ridurre personale, creando ulteriore caos. E, poi, ci sono i giovani precari, che hanno subito il peggio, sfruttati e illusi da questo sistema, dietro la promessa di un lavoro serio stabile, mentre la linea aziendale è proprio quella opposta, cioè eliminare i posti di lavoro, già ridotti da 222.000, del 1994, ai 110.000, del 2025, con il nuovo obiettivo di andare sotto 100.000.

L’hanno voluto sindacati e partiti. Così come “senza vino non si dice messa”, senza personale non si fa lavoro, non si consegna posta nè si aprono gli sportelli. Però, i sindacati firmatari del contratto di lavoro di Poste Italiane e gli schieramenti politici, che, da 30 anni, si alternano al potere, per il capitalismo, hanno condiviso di trasformare Poste Italiane in una società per azioni, cioè un’azienda a scopo di lucro, per la sua privatizzazione, ben sapendo che, venduta ai privati, una SpA avrebbe fatto partire la corsa sfrenata agli utili economici, cominciando dal taglio del personale, con qualsiasi conseguenza. 

Altro che servizio pubblico e lavoro serio. Eppure, troppi lavoratori, abituati da quei sindacati pregressi, a subire ogni forma di compressione dei diritti alla salute, alla dignità e al lavoro, appaiono come storditi e confusi da questa situazione, senza capire i motivi del loro malessere, mentre proprio quei sindacati tergiversano e l’azienda parte sempre dal presupposto di imporre qualsiasi manovra, nell’idea di continuare a pressare, senza freni, sul personale e ricavare soldi per i soci azionisti privati.».

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