Prozor è un simbolo di quanto la Seconda Guerra mondiale sia stata, soprattutto, nell’Europa orientale, una guerra totale: ideologica, civile, etnica. È anche un monito contro la tentazione di semplificare il passato in chiave identitaria. La vicenda di Prozor, consumatasi tra il 15 e il 17 febbraio 1943, rappresenta una pagina dolorosa e poco nota della Seconda Guerra mondiale, emblematica delle tragedie che si consumarono nei Balcani e della difficoltà di costruire una memoria condivisa su eventi in cui si intrecciarono ideologie, brutalità di guerra militare e/o partigiana. Approfondire questa storia non significa semplificare o giustificare, ma comprendere meglio la complessità di un conflitto che produsse sofferenze da tutte le parti coinvolte.

di Piero Mastroiorio —

Nelle complesse vicende belliche della Seconda guerra mondiale nei Balcani, tra le pagine più drammatiche c’è quella dell’eccidio dei militari italiani nella località di Prozor, situata nell’attuale Bosnia ed Erzegovina. Questo episodio, avvenuto nel febbraio del 1943 nel pieno della cosiddetta battaglia della Neretva, fu una delle stragi più gravi subite da soldati italiani prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e resta ancora oggi poco conosciuta nell’immaginario storico collettivo italiano. Prozor è il crimine di guerra più efferato di cui furono vittime militari italiani prima dell’armistizio dell’Otto settembre: soldati semplici, ufficiali, feriti e mutilati, disamati, arresisi dopo aver fatto il proprio dovere, assassinati dai partigiani comunisti sino all’ultimo uomo, senza pietà alcuna né rispetto per le consuetudini di guerra e le leggi internazionali, di cui il Regno di Jugoslavia era firmatario.

Situazione degli scavi a settembre 2022, relativa al sito di Macesnova gorica, il luogo del più grande massacro collettivo finora individuato in Slovenia, dove si stima siano state sepolte 3.000 vittime dei partigiani comunisti di Tito.

Tra il 15 e il 17 febbraio 1943, il presidio italiano venne attaccato da diverse brigate partigiane jugoslave, parte della Terza Divisione, tra cui brigate d’assalto provenienti da Dalmazia, Erzegovina, Serbia e Montenegro. Una prima offensiva nella notte tra il 15 e il 16 fu respinta dagli italiani, però, il secondo attacco notturno il 16 febbraio, si rivelò decisivo: dopo feroci scontri e l’esaurimento delle munizioni, le forze italiane furono sopraffatte e la guarnigione si arrese o fu catturata. Secondo diverse testimonianze e ricostruzioni storiografiche, tutti i soldati italiani catturati dai partigiani furono poi massacrati, senza distinzione tra feriti, ufficiali o semplici militari. Alcune stime parlano di circa 740–771 vittime, eseguite senza che venissero applicate le consuete protezioni del diritto internazionale nei confronti dei prigionieri di guerra. Il colonnello comandante del battaglione, Enrico Molteni, sarebbe stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca insieme ai suoi uomini a Jablanica, dove alcuni ufficiali furono portati e giustiziati successivamente alla caduta di Prozor.

Perché quella di Prozor é una tragedia poco ricordata? Forse, per via dell’invasione e smembramento del Regno di Jugoslavia nell’aprile 1941, quando l’Italia fascista di Benito Mussolini occupò vaste aree della Dalmazia, del Montenegro e della Bosnia o per via del fatto che i territori attorno a Prozor erano zona strategica per il controllo delle comunicazioni e per il contrasto alle formazioni partigiane jugoslave guidate da Josip Broz Tito?

Situazione degli scavi a settembre 2022, relativa al sito di Macesnova gorica, il luogo del più grande massacro collettivo finora individuato in Slovenia, dove si stima siano state sepolte 3.000 vittime dei partigiani comunisti di Tito.

Non darò la risposta per un semplice motivo: non voglio urtare la suscettibilità dei tifosi che leggono questo mio scritto, senza pretese, mi limiterò a ricordare che il conflitto nei Balcani non fu una guerra “tradizionale” tra eserciti schierati, ma una guerra di occupazione e contro-insurrezione, segnata da violenze diffuse, rappresaglie contro civili, incendi di villaggi e scontri feroci tra italiani, ustascia croati, cetnici serbi e partigiani comunisti, scenario ottimo per far maturare la tragedia di Prozor.

La tragedia di Prozor si colloca in quella fase drammatica, che vide soldati isolati, linee di comando spezzate, vendette incrociate in un territorio già devastato da due anni di occupazione e repressione, dopo il vile tradimento dell’8 settembre, molte unità italiane nei Balcani si trovarono senza ordini chiari: alcune si arresero ai tedeschi, altre tentarono di resistere, altre ancora cercarono un accordo con i partigiani. In questo caos, episodi di violenza contro prigionieri italiani si moltiplicarono. Episodi che ci riportano alla domanda iniziale: perché quella di Prozor é una tragedia poco ricordata?

Perché, a differenza dell’eccidio di Cefalonia o di altre stragi più note, Prozor non entrata, in modo stabile nella memoria pubblica italiana, oltre alle due citate sopra, per altre molteplici ragioni:

  1. La complessità morale del contesto
    I militari italiani nei Balcani erano forze di occupazione. L’Italia fascista aveva imposto un controllo militare spesso brutale su territori ostili. Questo rende più difficile, sul piano narrativo e politico, costruire una memoria nazionale univoca basata esclusivamente sulla dimensione di “vittime”.
  2. La fine del mito “autoassolutorio
    Nel dopoguerra si diffuse il mito degli “italiani brava gente”, meno crudeli rispetto ai nazisti. Tuttavia, gli studi storici hanno mostrato che la repressione italiana in Jugoslavia fu severa. Ricordare Prozor significa inevitabilmente confrontarsi anche con le responsabilità italiane precedenti.
  3. La Guerra fredda
    Dopo il 1948, la Jugoslavia comunista di Tito divenne un interlocutore geopolitico particolare per l’Occidente. Le relazioni diplomatiche consigliavano prudenza nel riaprire ferite legate a crimini o rappresaglie avvenuti durante la guerra.
  4. La frammentazione delle fonti
    Archivi dispersi, testimonianze contraddittorie e l’assenza di un processo pubblico hanno contribuito a relegare l’episodio in una zona grigia della memoria collettiva.

La vicenda di Prozor tocca nodi cruciali della storia italiana del Novecento come alcuni risvolti socio politici:

  1. Memoria selettiva e identità nazionale
    L’Italia repubblicana ha costruito la propria identità democratica, anche, attraverso la rottura simbolica con il fascismo e tacendo alcuni eccidi dei liberatori. In questo processo, molte pagine scomode della guerra nei Balcani sono rimaste ai margini. Prozor diventa così un caso emblematico di memoria “difficile”: vittime italiane, ma dentro una guerra di occupazione.
  2. Vittime e responsabilità
    La tragedia solleva una questione centrale nel dibattito storico: è possibile riconoscere il dolore dei militari italiani uccisi senza rimuovere le responsabilità del regime che li aveva inviati lì? Una memoria matura dovrebbe tenere insieme entrambi gli aspetti.
  3. Strumentalizzazioni politiche
    Negli ultimi decenni, alcune forze politiche hanno riscoperto episodi poco noti delle guerre di confine o dei Balcani, per inserirli in una narrazione più ampia sulle “foibe” e sulle violenze anti-italiane. Assimilare automaticamente Prozor a questi contesti é corree il rischio di semplificare una realtà più complessa, dove, guerra civile, occupazione straniera e rivoluzione si intrecciavano.
  4. Il tema dei militari “abbandonati”
    Prozor rientra in una categoria più ampia di tragedie dell’8 settembre: reparti lasciati senza direttive chiare, ufficiali incerti, soldati smarriti. Questo ha alimentato nel tempo un sentimento di tradimento, da parte dello Stato, verso i propri militari, tema ricorrente nella memoria pubblica italiana.

Ricordare i 771 militari italiani morti a Prozor, non significa riscrivere la storia in chiave nazionalista, né ignorare le sofferenze inflitte alle popolazioni locali, significa, piuttosto, affrontare la complessità della guerra nei Balcani senza rimozioni, cercando di mettere insieme elementi da inserire in una memoria da ricostruire. Prozor è un simbolo di quanto la Seconda Guerra mondiale sia stata, soprattutto, nell’Europa orientale, una guerra totale: ideologica, civile, etnica. È anche un monito contro la tentazione di semplificare il passato in chiave identitaria. La vicenda di Prozor rappresenta una pagina dolorosa e poco nota della Seconda Guerra mondiale, emblematica delle tragedie che si consumarono nei Balcani e della difficoltà di costruire una memoria condivisa su eventi in cui si intrecciarono ideologie, brutalità di guerra militare e/o partigiana. Approfondire questa storia non significa semplificare o giustificare, ma comprendere meglio la complessità di un conflitto che produsse sofferenze da tutte le parti coinvolte. La tragedia dei soldati italiani a Prozor continuerà a restare poco conosciuta, per questo rappresenta un terreno fertile per una riflessione storica più profonda: sulla difficoltà, ancora oggi, di costruire una memoria condivisa tra popoli che si sono affrontati in uno dei conflitti più laceranti del Novecento.

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