Il voto referendario ci ha dato non solo la bocciatura di una riforma tecnica, ma un segnale più ampio, dove la sconfitta del “Sì” sembra nascere da tre fattori convergenti: la complessità della materia, una comunicazione inefficace e un clima politico fortemente polarizzato, contesti che hanno trasformato il referendum in un contenitore di malcontento più generale, che vedrà aprire, per il governo di Giorgia Meloni una fase delicata, ricostruire consenso su temi istituzionali che richiederà un approccio meno divisivo e più inclusivo?
di Piero Mastroiorio —
Con il 53,74% dei “NO” contro il 46,26% dei “SI” i 45.944.473 elettori italiani hanno bocciato il quesito referendario «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?» promosso dal governo guidato da Giorgia Meloni, dopo una campagna elettorale tesa. Un risultato che apre apre interrogativi profondi, non solo sul contenuto della riforma, ma anche sul rapporto tra esecutivo e cittadini.

Molte le domande che possiamo porci sulla lettura del voto, che comunque resta parziale: una parte dell’elettorato ha sicuramente espresso sfiducia, ma molti hanno votato “No” per timori specifici sulla riforma, due piani che i promotori del referendum non sono riusciti a separare? La forte identificazione con l’esecutivo ha polarizzato il voto spingendo chi era già critico verso il governo a schierarsi automaticamente per il “No”? Perché, se la riforma era così valida, l’esecutivo non é riuscito a portare a casa una vittoria, che sulla carta sembrava certa, forse, perché non è riuscito a spiegarla, per la sua complessità o per aver sottovalutato quanto fosse difficile comunicarla, soprattutto, ai cittadini comuni?
È una sconfitta politica che riguarda, solo Giorgia Meloni o tutto il governo? C’erano dubbi reali sulla riforma, ma il clima politico ha amplificato il dissenso? Il referendum è diventato uno strumento per esprimere un giudizio più ampio? Aver pensato che bastasse avere una buona riforma senza costruire un consenso largo nel Paese? Le domande potrebbero continuare ancora per molto, ma non avrebbero risposte adeguate, atteso il breve tempo trascorso dall’esito elettorale, ma senza dubbio possiamo dire che la bocciatura della riforma della giustizia segna più di un semplice stop legislativo per ‘esecutivo, é una battuta d’arresto politica, che incrina la narrazione di consenso solido costruita negli ultimi anni e apre una fase di incertezza.
Crediamo che ridurre il risultato a un fraintendimento tecnico o a una comunicazione poco efficace sarebbe un errore, il voto ha avuto un chiaro contenuto politico: una parte significativa dell’elettorato ha colto l’occasione per esprimere un dissenso più ampio. La riforma, complessa e divisiva, è diventata il veicolo di un giudizio complessivo sull’azione di governo. Il punto più critico riguarda proprio la scelta strategica dell’esecutivo: legare una riforma costituzionale, che, per sua natura richiede consenso largo e trasversale, ad una forte identità politica. In questo modo, il referendum si è trasformato inevitabilmente in un test sulla leadership, esponendo il governo a un rischio che si è poi concretizzato.

Anche sul piano del merito, il risultato segnala che le rassicurazioni offerte non sono state sufficienti. I timori legati all’equilibrio dei poteri e all’indipendenza della magistratura hanno trovato terreno fertile, complice una campagna referendaria polarizzata, in cui il fronte del “No” è riuscito a imporsi con messaggi più semplici e immediati.
Detto questo, nell’immediato, la sconfitta dell’esecutivo, quali scenari apre sul piano politico?
Non avendo la sfera di cristallo, nel breve periodo, è probabile un irrigidimento del confronto tra maggioranza e opposizioni. La sconfitta indebolisce l’iniziativa del governo e rafforza chi, dentro e fuori la maggioranza, spinge per un cambio di passo. Non è escluso che emergano tensioni interne, soprattutto, se il risultato verrà letto come il segnale di un primo calo di consenso. Nel medio periodo, il rischio per l’esecutivo è quello di una paralisi sulle grandi riforme. Dopo una bocciatura popolare, diventa più difficile riproporre interventi strutturali senza un ripensamento profondo del metodo: più dialogo, più mediazione, meno forzature.
C’è poi uno scenario più ampio, che riguarda la leadership di Giorgia Meloni, che, se pur non essendo automaticamente in discussione, esce inevitabilmente ridimensionata. La capacità di trasformare il consenso elettorale in consenso referendario si è rivelata più fragile del previsto e questo potrebbe incidere sulle future scelte politiche e sulla gestione delle alleanze.

Infine, non va sottovalutato l’effetto sul sistema politico nel suo complesso: il risultato potrebbe incoraggiare un uso più frequente dello strumento referendario come leva di opposizione, trasformando consultazioni su temi specifici in veri e propri test politici nazionali. La sconfitta non chiude una partita: ne apre molte altre, soprattutto, segnala un limite che il governo non può ignorare: senza un consenso largo e condiviso, le riforme più ambiziose difficilmente riescono a superare il vaglio degli elettori.
Il voto referendario segna un passaggio politico rilevante: non si tratta soltanto della bocciatura di una riforma tecnica, ma di un segnale più ampio, aver intrecciato una proposta istituzionale con l’identità di un governo, ha portato alla materializzazione del rischio che l’elettorato giudichi una proposta più per chi la propone che per ciò che contiene. Per rispondere alle domande precedenti, la sconfitta del “Sì” sembra nascere da tre fattori convergenti: la complessità della materia, una comunicazione inefficace e un clima politico fortemente polarizzato. In questo contesto, il referendum si è trasformato in un contenitore di malcontento più generale. Per il governo di Giorgia Meloni si apre ora una fase delicata: ricostruire consenso su temi istituzionali richiederà un approccio meno divisivo e più inclusivo, perché il messaggio che arriva dalle urne è chiaro: sulle riforme costituzionali, senza un largo consenso, difficilmente si vince.

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