Il voto che divide la coalizione: franchi tiratori, tensioni tra gli alleati e sondaggi che alimentano i dubbi sulla strategia di Meloni.

di Piero Mastroiorio —

Alla Camera sono mancati circa 30 voti della maggioranza sul disegno di legge per la riforma elettorale, il sistema proporzionale con premio di maggioranza al 42%, un passo falso della maggioranza sulla riforma elettorale che rischia di trasformarsi in qualcosa di più di un incidente parlamentare? La risposta è difficile da darsi, ma la bocciatura, per un solo voto e a scrutinio segreto, di uno dei punti qualificanti del progetto sostenuto dal governo ha acceso i riflettori sulle tensioni interne al centrodestra, mettendo in evidenza una fragilità politica che, fino a qualche giorno fa, era rimasta in gran parte sotto traccia. Secondo le ricostruzioni emerse dopo il voto, sarebbero stati tra i venti e i trenta parlamentari della stessa coalizione a non seguire la linea dell’esecutivo, facendo venir meno i numeri necessari per approvare l’emendamento.

Al di là del risultato numerico, mosso da egoismi e paure, tra qualche mese si vota, a pesare è il significato politico della vicenda: la riforma elettorale rappresenta uno dei tasselli più importanti della strategia della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista delle prossime elezioni politiche. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema capace di garantire maggiore stabilità ai governi, ma il voto ha mostrato come proprio sulla legge destinata a regolare il futuro assetto politico del Paese emergano divergenze profonde all’interno della stessa maggioranza.

Le differenze di vedute non sono nuove: Fratelli d’Italia punta a una riforma che valorizzi le coalizioni e rafforzi la governabilità, mentre Lega e Forza Italia guardano con maggiore attenzione agli effetti che il nuovo sistema potrebbe avere sulla rappresentanza dei partiti più piccoli della coalizione. Simulazioni, elaborate nelle ultime settimane, indicano, come, alcune delle modifiche allo studio, potrebbero ridurre il peso parlamentare degli alleati minori, alimentando inevitabili resistenze interne.

In questo quadro si inserisce il fattore sondaggi: pur restando Fratelli d’Italia il primo partito italiano, le più recenti rilevazioni descrivono una competizione molto più aperta rispetto a quella del 2022. Le coalizioni di centrosinistra appaiono in crescita e, secondo diverse simulazioni, il vantaggio del centrodestra non sarebbe più sufficiente a garantire una maggioranza ampia con l’attuale quadro politico. Proprio questa incertezza spiegherebbe l’interesse del governo a modificare le regole del voto prima della fine della legislatura, ma rende anche più delicato il confronto tra gli alleati.

Palazzo Chigi rassicura circa il percorso della riforma, che proseguirà senza cambiamenti di rotta, anche se il voto segreto ha dimostrato come il vero ostacolo non sia rappresentato dalle opposizioni, bensì dalla difficoltà di mantenere compatta una coalizione nella quale ogni partito guarda già ai futuri equilibri elettorali. La presidente del Consiglio ha riconosciuto la necessità di una riflessione interna, mentre i vertici della maggioranza hanno cercato di ridimensionare l’accaduto, parlando di un episodio circoscritto.

La sensazione, però, è che il voto abbia aperto una fase nuova: se fino a oggi il centrodestra aveva mostrato una notevole capacità di assorbire le tensioni interne senza conseguenze parlamentari, il caso della riforma elettorale dimostra che il margine di manovra si sta restringendo. Quando sono in gioco le regole del futuro confronto politico, gli interessi dei singoli partiti tendono a prevalere sulla “disciplina di coalizione“.

Il passo falso di Montecitorio non mette in discussione la tenuta immediata del governo, ma rappresenta un campanello d’allarme, perché, mentre i sondaggi raccontano una competizione sempre più equilibrata, le divisioni nella maggioranza rischiano di trasformare la riforma elettorale da strumento di rafforzamento politico a terreno di scontro tra gli stessi alleati. In una legislatura ormai entrata nella sua fase decisiva, è un segnale che nessuno, nel centrodestra, può permettersi di sottovalutare.

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