di Piero Mastroiorio

Questa mattina, 12 dicembre 2025, a San Severo, Foggia, all’altezza del civico 3 di Via Palmento, é stata scoperta una targa commemorativa alla memoria dei fratelli Paolo e Vincenzo Villani, due soldati sanseveresi, IMI, Internati Militari Italiani, nei lager nazisti. Ascoltando gli interventi dei convenuti e la canzone-poesia scritta da Marina Villani, nipote dei due soldati, musicata da Nazario Tartaglione, dedicata ai due militari, pensavo a come la storia ci insegna che la guerra crea confini, etichette, schieramenti, ma la morte, soprattutto, in condizioni estreme come quelle di un campo di concentramento, li cancella.

La vicenda di due militari morti in prigionia, soldati italiani, cresciuti con valori cristiani, spinti sul fronte da ideali spesso non scelti, diventa un simbolo universale: di fronte alla sofferenza e alla fine, non esistono più nemici. Ogni soldato combatte per qualcosa: per il proprio Paese, per un giuramento, per senso del dovere, o, semplicemente, perché non ha alternative. Le idee che dividono i popoli sono le stesse che, nei momenti estremi, mostrano tutta la loro fragilità.

I due militari sanseveresi sono finiti in un campo di concentramento tedesco non per scelta, ma per il gioco crudele del destino bellico. Appartenevano a schieramenti alleati, poi, dopo l’infame tradimento, per non aver voluto accettare la nuova situazione, venutasi a creare, una brutta situazione, controllata fino a quel momento dai governanti italiani, che qui non voglio commentare, si ritrovarono in un campo di prigionia tedesco, con regole più dure per gli italiani, il cui perché é di facile intuizione.

Nei campi di prigionia, le differenze si annullano rapidamente. Gradi, divise, nazionalità: niente di tutto ciò protegge dalla fame, dal freddo o dalle condizioni disumane. Qui i due soldati si trovarono, con pene più dure, accanto ad altri internati, accomunati dalla stessa lotta quotidiana: sopravvivere. Quello che in battaglia li avrebbe resi avversari, in prigionia li trasformò in esseri umani, semplicemente uguali a tanti altri prigionieri di guerra, politici, religione, nazionalità.

La cerimonia mi ha fatto pensare alla loro morte, avvenuta in momenti diversi, come raccontato nell’intervista fatta alla nipote Marina, ricorda quanto sia sottile il confine tra chi è considerato “amico” e chi “nemico”. Uomini su fronti diversi, che, a prescindere dal colore delle loro divise, muoiono per la stessa ragione: una guerra decisa da altri, un ideale più grande di loro, un conflitto che li superava. Nel momento finale, non erano più rappresentanti di un esercito, ma persone: due giovani uomini, con famiglie, sogni, paure.

La storia di questi due militari ci consegna una riflessione potente: quando la vita si spegne, svaniscono le differenze. Restano solo le tragiche conseguenze della guerra, che rende tutti vulnerabili allo stesso modo. È un monito a riconoscere l’umanità, anche, nel “nemico”, perché, spesso, chi combatte dall’altra parte è guidato da un’idea non diversa da quella che motiva gli “amici“.

Ricordare due soldati morti in un campo di concentramento significa riconoscere che, al di là dell’uniforme, la dignità umana è universale. La loro storia è un invito alla memoria e alla consapevolezza: la guerra divide, la morte unisce, ricordandoci che nessuna vita dovrebbe essere sacrificata per un’idea che disumanizza l’altro.

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