L’attentato dinamitardo che ha scosso San Severo non è solo un fatto di cronaca, é un grido collettivo, un segnale di una città che si sente sola e, che, forse, più della sicurezza, reclama attenzione e fiducia, soprattutto, quando una bomba diventa il linguaggio di una comunità che chiede ascolto.
di Piero Mastroiorio
A San Severo, la notte non è mai davvero silenziosa, tutte le notti si odono boati, più o meno forti, per festeggiare compleanni, questa volta, però, il rumore è stato più forte del solito: una bomba, il cui boato si è propagato nella città. Vetri in frantumi, serrande piegate, paura che torna a farsi carne. È successo ancora e, ogni volta che succede, la città si guarda allo specchio e si scopre fragile, come se il tempo non fosse mai davvero passato.

San Severo non è solo il luogo dell’esplosione, ma il simbolo di un’Italia che non riesce a guarire del tutto: quella delle periferie morali, dove la paura si intreccia alla rassegnazione e la speranza, dove una domanda si fa strada: può una bomba essere linguaggio?
La risposta potrebbe essere, senza dubbio affermativa, perché gli attentati dinamitardi, qui, hanno la precisione di un linguaggio. Non servono parole, basta un ordigno. È un messaggio: “Io comando, tu taci.” Ogni volta che un’esplosione scuote la città, qualcosa di diverso accade: la gente si chiede: perché ancora? In quel momento, anche solo per pochi minuti, la paura lascia spazio alla coscienza collettiva. Forse, è questo il paradosso: il silenzio della violenza costringe a parlare. L’isolamento diventa dialogo, la rabbia diventa riflessione. Non è giustificazione, è comprensione sociologica: dove lo Stato fatica a essere presenza, la violenza diventa messaggio.
San Severo è il Sud che resiste, ma anche il Sud che si vergogna di doverlo fare. Ogni volta che una bomba esplode, qualcuno dice: “È sempre la stessa storia”. Certi che non è mai la stessa storia, perché ogni esplosione colpisce una nuova generazione di fiducia. Chi è nato qui sa cosa significa crescere con la paura come rumore di fondo, ma sa anche che ogni bomba lascia dietro di sé mani che si stringono, persone che si organizzano, ragazzi che dicono “noi restiamo”. Eppure, la resistenza non basta se resta invisibile. Serve che qualcuno la racconti, che le istituzioni la riconoscano, che la politica la sostenga, perché il coraggio, da solo, non fa notizia abbastanza a lungo da cambiare le cose.

C’è un equivoco, quando si parla di attentati: si crede che il problema sia solo la criminalità. In realtà, la paura è un fatto relazionale. È la misura della distanza tra le persone e lo Stato, tra i cittadini e la fiducia.
Quando una città vive nel sospetto, nella diffidenza, nella fatica di fidarsi, anche, del vicino, la bomba ha già vinto. La violenza serve proprio a questo: non a distruggere muri, ma a demolire la possibilità stessa di sentirsi comunità.
Anch’io, un po’ di anni orsono, fui, con la mia famiglia, vittima di attentato, non scoprirono mai gli esecutori e i mandanti, da allora mi chiedo spesso, forse dovremmo farlo tutti, cosa resta di una città dopo il boato? Chi siamo diventati, noi, che conviviamo con l’idea che una bomba possa esplodere sotto casa e che, in fondo, “non ci sorprende più”? San Severo ci obbliga a guardare in faccia questa normalità pericolosa: quella in cui il male non scandalizza più, ma solo stanca.
Raccontare San Severo non significa solo parlare di cronaca nera. Non significa raccontare il fatterello di cronaca con qualche foto a compendio, per qualche “mi piace“. Significa raccontare una sfida culturale, una battaglia invisibile per la fiducia, perché la fiducia, oggi, è il gesto più politico che possiamo permetterci. In un territorio segnato dalla paura, fidarsi è un atto di coraggio e, forse, un giorno, sarà proprio quel coraggio, silenzioso, quotidiano, ostinato a far tacere per sempre il rumore delle bombe.

Intanto, vi riporto le parole del sindaco di San Severo, Lidya Colangelo: “Esprimo la più ferma condanna mia personale e dell’intera Amministrazione Comunale per quanto accaduto questa notte, confido, come sempre, nell’operato delle Forze dell’Ordine e della Magistratura per l’attività di indagine” e quelle del Commissario cittadino della Democrazia Cristiana, già responsabile dell’Associazione Vittime d’Ingiustizie, Giusi de Nicola, che, sulla sua pagina Facebook, così ha scritto : «In questo momento di crisi, è fondamentale che la nostra voce si alzi fermamente

contro la violenza, dopo l’attentato dinamitardo di questa notte, sento il dovere di esprimere, in qualità di Commissario cittadino della Democrazia Cristiana la ferma condanna a tale atto intimidatorio, perché non possiamo e non dobbiamo tollerare simili atti di folle aggressività.
L’attentato non solo ha messo in pericolo vite innocenti, ma ha anche tentato di minare i valori di dialogo e rispetto su cui la nostra comunità si basa. Chiedo una risposta unita, da parte della cittadinanza: non c’è spazio per la paura. È ora di rialzarsi, di ricostruire e di mantenere viva la fiamma della solidarietà. Esorto, tutti, a restare vigili e a collaborare con le Forze dell’Ordine, dimostrando che l’amore per la nostra San Severo è più forte di qualsiasi attentato. Insieme possiamo sconfiggere l’odio e costruire un futuro migliore per tutti.».

Ufficio: Via Troia, 32 – San Severo
per preventivi o informazioni: fantownservice@tiscali.it

