Tutti firmano, nessuno cade e la politica locale riesce nell’impresa impossibile: trasformare una sfiducia in un esercizio di equilibrismo.

di Piero Mastroiorio —

Per qualche giorno in città si è respirata aria di evento storico: i corridoi del Comune erano attraversati da sguardi tesi, telefonate improvvisamente interrotte al passaggio di “orecchie sorde“, riunioni “informali” durate più di un consiglio comunale e soprattutto una frase ripetuta ovunque: “Questa volta cade davvero”. Perché questa volta non si parlava di post indignati sui social o di cittadini adirati al bar. No! Questa volta c’erano le firme dei consiglieri. Nero su bianco. Una sfiducia vera, ufficiale, da protocollare. Roba da far tremare poltrone, scricchiolare maggioranze e riempire scatoloni per liberare l’ufficio e, invece, niente.

Meglio: tantissimo rumore, infinite dichiarazioni, mezze interviste, retroscena drammatici, consiglieri “irremovibili fino alle 18:30 e improvvisamente “responsabili dalle 19:00 in poi, alla fine il sindaco è ancora lì, saldo, sorridente e probabilmente già pronto al prossimo comunicato sulla “coesione ritrovata”. Chieste 24 ore, non sappiamo precisamente quanto cominciano, ma mancano solo 24 ore, per sapere di che morte si muore. La cosa straordinaria non è che una sfiducia possa fallire. In politica succede. La vera opera d’arte è il percorso che porta al fallimento.

Per giorni la città ha assistito al solito spettacolo tragicomico della politica locale. Consiglieri che firmavano con convinzione assoluta salvo poi spiegare che “la firma era un segnale politico”. Altri che giuravano di non tornare indietro “nemmeno sotto tortura”, salvo poi scoprire improvvisamente il valore della continuità amministrativa. Uno addirittura pare abbia pronunciato la storica frase: “Non possiamo aprire una crisi, avremmo 13 mesi di Commissario, peggio, 13 mesi di campagna elettorale”. Una frase così ripetuta che potrebbe essere scolpita all’ingresso del municipio, come monito a future crisi.

Intanto il sindaco, dato per spacciato, politicamente, almeno sette volte, nell’ultima settimana, con altrettante vite, come i gatti, ha attraversato la tempesta con la calma di chi conosce bene il copione. In fondo le sfiducie, soprattutto, nei comuni, funzionano come i temporali estivi: fanno molto rumore, qualcuno chiude le finestre, ma spesso dopo mezz’ora torna il sole e non cambia nulla e bisogna riconoscere che anche l’opposizione ci ha messo del talento. Raccogliere firme per sfiduciare un sindaco e poi trasformare tutto in una lunga trattativa sul “vediamo”, “parliamone”, “serve equilibrio” richiede una certa abilità artistica. Una danza politica raffinata, dove ogni dichiarazione dura esattamente fino alla telefonata successiva.

La città, nel frattempo, osserva e impara. Impara che in politica una firma non è necessariamente un impegno: può essere un avvertimento, una carezza, una minaccia simbolica o semplicemente un esercizio calligrafico. Impara che le crisi amministrative hanno tempi propri, spesso incompatibili con la logica umana e, soprattutto, impara che il termine “decisivo” in politica locale significa generalmente “ne riparliamo tra qualche settimana”.

Nel frattempo il sindaco resta al suo posto, forse, anche, più forte di prima, fino alla prossima crisi, si dovranno approvare altre mille cose, tra cui il bilancio, croce e delizia delle amministrazioni. Comunque, sopravvivere a una sfiducia è un po’ come uscire vivi da un reality show politico: alla fine non conta quanto ti abbiano criticato, ma quante poltrone, all’ultimo momento, abbiano deciso di non toglierti, così, la rivoluzione annunciata si è trasformata nell’ennesimo capitolo della grande tradizione amministrativa italiana: tutti contro tutti, fino al momento in cui bisogna davvero decidere qualcosa.

A quel punto prevale sempre il valore più importante della politica locale: rinviare con responsabilità.Vediamo più avanti”, abbiamo chiesto 24 ore, ma i cittadini non devono scoraggiarsi, le firme sono comunque utili, dimostrano partecipazione, senso civico e offrono anche un ottimo allenamento alla delusione amministrativa, disciplina in cui questa “masseria senza curatore“, assurta a città, continua ad eccellere, con un messaggio chiaro: il popolo può parlare, protestare, purché non pretenda che succeda qualcosa.

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