Dal 25 al 28 agosto sono previste temperature record e nei plessi sanseveresi, forse, di gran parte dei plessi della Capitanata, senza climatizzatori, l’apertura anticipata per uffici e personale potrebbe essere un rischio, ma dai Palazzi zero ordinanze: lavoratori lasciati a “bollire” da soli.

di Piero Mastroiorio —

L’allarme meteo è sotto gli occhi di tutti, le previsioni annunciano temperature d’inferno, ma chi dovrebbe tutelare i cittadini preferisce voltarsi dall’altra parte. Tra il 25 e il 28 agosto, la provincia di Foggia si prepara a essere travolta da un’ondata di calore asfissiante, con picchi che rischiano di rendere l’aria irrespirabile. Eppure, all’interno dei palazzi comunali regna il deserto decisionale più totale. Nessuna misura straordinaria, sussulto di responsabilità, o ordinanza di chiusura preventiva da parte dei sindaci dei comuni foggiani. Una totale e ingiustificabile inerzia burocratica che costringerà, personale ATA e segreterie a rientrare in strutture che assomigliano a tutto tranne che a luoghi di lavoro civili. Si preferisce, come sempre, aspettare che l’emergenza colpisca per poi piangere lacrime di coccodrillo, piuttosto che prevenire il rischio con un briciolo di buonsenso politico.

«Visto l’allarmismo per le alte temperature previste dal 25 al 28, perché i sindaci dei comuni foggiani non emanano un’ordinanza di chiusura per le scuole (vista l’assenza di climatizzatori), gli uffici e i cantieri? Considerando, inoltre, che molte persone sono costrette a mettersi in auto per arrivare sul posto di lavoro, rientrare con quelle temperature è disumano. Dopo tutto, il sistema ha provocato questo clima e noi non possiamo crepare a causa loro. Oppure, cari cittadini, perché non prendiamo la palla al balzo per bloccare tre giorni l’economia? Almeno sapranno che ci siamo rotti il bip a subire in silenzio», questo post, apparso domenica pomeriggio sulla pagina di Annalisa Berardini, che mi chiedeva di condividerlo, come giornalista, mi ha spinto a scrivere questo articolo, per attirare l’attenzione di chi di dovere.

Il quadro dell’edilizia scolastica in Capitanata è desolante e sconta decenni di mancati investimenti. La stragrande maggioranza dei plessi soffre di una cronica e vergognosa assenza di impianti di climatizzazione. Le aule, i corridoi e gli uffici di segreteria, rimasti chiusi e sotto il sole per settimane, si trasformeranno inevitabilmente in vere e proprie trappole di calore accumulato. Pretendere che il personale scolastico programmi l’avvio dell’anno, gestisca le complesse pratiche burocratiche o organizzi i servizi in ambienti che superano abbondantemente i limiti della tolleranza biologica non è solo assurdo: è una scelta disumana che calpesta i più basilari diritti alla salute e alla dignità del lavoratore. Lavorare con quaranta gradi all’ombra, senza un filo di ventilazione, non è “senso del dovere“, è una punizione corporale mascherata da burocrazia.

L’aspetto più grave di questa situazione è che l’inerzia delle istituzioni si scontra frontalmente con il quadro normativo vigente in materia di tutela dei lavoratori. Il Decreto Legislativo 81/2008 (il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro) stabilisce chiaramente che i luoghi di lavoro devono disporre di una temperatura adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro e degli sforzi fisici imposti. Inoltre, l’Articolo 2087 del Codice Civile obbliga l’imprenditore, nella fatispecie lo Stato e i Dirigenti Scolastici come datori di lavoro – ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Ignorare un’allerta meteo di questa portata significa violare apertamente lo spirito, se non la lettera, di queste leggi? Il rischio da stress termico è un pericolo reale, codificato dall’INAIL, che può causare malori gravi, colpi di calore e picchi di pressione?
Obbligare il personale a operare in ambienti surriscaldati e privi di refrigerazione significa esporli deliberatamente a un rischio biologico e fisico, configurando una precisa responsabilità in capo a chi omette di intervenire?

Le domande le abbimao poste, le risposte, come al solito, non le avremo, però, di sicuro a questo scenario già drammatico si aggiunge il dramma, puntualmente ignorato, dei tantissimi lavoratori pendolari. La provincia di Foggia è vasta e frammentata: centinaia di persone saranno costrette a mettersi in auto, viaggiare per decine di chilometri sotto un sole cocente per raggiungere la propria sede di servizio e rimettersi in strada per il rientro proprio nelle ore del picco termico, quando l’asfalto letteralmente si scioglie. Un viaggio della speranza con temperature invivibili all’interno dell’abitacolo, affrontato solo per evitare sanzioni disciplinari o decurtazioni dello stipendio.

Tutto questo avviene mentre la politica e il “sistema” che ha generato e tollerato questa situazione climatica e strutturale continuano a godersi il fresco dei propri uffici di rappresentanza, blindati e perfettamente refrigerati. Di fronte a questo scenario, il silenzio dei primi cittadini grida vendetta. I sindaci, che possiedono tutti gli strumenti legali per intervenire a tutela della salute pubblica con ordinanze urgenti, perché scelgono la via del non intervento, lasciando che i lavoratori affrontino l’emergenza a proprie spese e a proprio rischio?

L’esasperazione tra i corridoi delle scuole e nelle case dei dipendenti è ormai palpabile: non serve una manifestazione di piazza per capire che la gente è arrivata al limite. È la rabbia sorda di chi si sente abbandonato a se stesso, carne da macello sacrificata sull’altare di un calendario scolastico rigido e di una totale assenza di flessibilità. Nelle discussioni private, nelle chat e sui canali social la domanda inizia a circolare con insistenza, trasformandosi in un grido di frustrazione comune: «Perché subire in silenzio?». Una provocazione individuale, certo, ma che fotografa alla perfezione lo stato d’animo di una fetta di cittadinanza stanca di subire in silenzio l’indifferenza di chi comanda. Un modo per dire che il limite è stato ampiamente superato e che i lavoratori, i cittadini, si sono definitivamente rotti il bip di essere trattati come numeri invisibili.

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