Un’analisi equilibrata delle posizioni del “NO” e del “SI”, a confronto, su una riforma cruciale, per la giustizia italiana e un invito alla partecipazione democratica.

di Piero Mastroiorio —

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati rappresenta uno dei temi più rilevanti e dibattuti nel panorama della giustizia italiana. Al centro della questione vi è la proposta di distinguere in modo netto le carriere dei Pubblici Ministeri e i Giudici, superando l’attuale sistema che consente, il passaggio dall’una all’altra funzione, nel corso della carriera. La domanda che ci poniamo è cosa sia meglio votare, dare una risposta secca sembra essere impossibile, perché non c’è una risposta “giusta”, universale: dipende da quali priorità di giustizia, indipendenza e riforma, ognuno di noi, ritiene più importante.

Al referendum sarà messo in votazione un emendamento costituzionale che introduce: Alta Corte Disciplinare per i magistrati: un nuovo organo disciplinare; carriere separate tra magistrati “giudicanti” (giudici) e magistrati “requirenti” (pubblici ministeri / PM), attualmente un magistrato può passare da PM a giudice durante la sua carriera, ma con la riforma dovrà scegliere all’inizio e non potrà più cambiare; due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) distinti: uno per i giudici, uno per i PM, infine, un metodo di selezione a sorteggio per parte dei membri di questi CSM, non tutti i membri saranno eletti, ma alcuni saranno estratti a sorte tra magistrati e tra “laici”, professori e avvocati.

Quali sono le ragioni del “SI”?

Tra i principali ragionamenti che vengono usati da chi sostiene la riforma ci sono i seguenti punti:

  • Maggiore trasparenza disciplinare
    L’Alta Corte Disciplinare, con una struttura separata, potrebbe rendere più efficiente e meno politicizzato il processo disciplinare nei confronti dei magistrati. I sostenitori della separazione delle carriere ritengono che questa riforma possa rafforzare il principio di imparzialità del giudice. Secondo questa posizione, il fatto che giudici e pubblici ministeri condividano lo stesso percorso professionale e lo stesso organo di autogoverno potrebbe generare una percezione di contiguità tra chi accusa e chi giudica. Separare le carriere, dunque, servirebbe a rendere più evidente la terzietà del giudice, avvicinando il sistema italiano a modelli di tipo accusatorio diffusi in altri ordinamenti.
  • Maggiore imparzialità
    Separando le carriere, si evita che chi ha fatto l’accusa (PM) diventi poi giudice in altri casi, cosa che potrebbe alimentare sospetti di conflitto di interesse o “solidarietà interna” nella magistratura.
  • Autonomia più chiara
    Con due CSM distinti, la gestione delle nomine, delle promozioni e delle carriere può essere più “specializzata”, perché ogni ramo, giudicanti vs requirenti, si autogoverna.
  • Riduzione del potere delle correnti
    Alcuni sostenitori ritengono che la riforma limiti il potere delle correnti interne alla magistratura, perché il sorteggio per i CSM riduce l’influenza delle alleanze politiche tra togati.

Inoltre, i favorevoli sostengono che la distinzione permetterebbe una maggiore specializzazione: i pubblici ministeri si concentrerebbero esclusivamente sulla funzione investigativa e accusatoria, mentre i giudici su quella decisionale, con possibili benefici in termini di efficienza e qualità del sistema giudiziario.

Quali sono le ragioni del “NO”?

Tra i principali timori e critiche espressi da chi è contrario alla riforma ci sono i seguenti punti:

  • Indipendenza delle procure
    Alcuni temono che la separazione renda i PM più dipendenti dal potere politico, perché un PM “isolato” può essere “controllato” più facilmente, specialmente se il CSM dei PM è separato.
  • Rischio di squilibri nel sistema giudiziario
    La creazione di due CSM distinti potrebbe creare disparità o tensioni tra i due rami. Qualcuno teme che si perda coerenza nel sistema.
  • Sorteggio, inteso come meno legittimità democratica
    Il fatto di scegliere membri tramite sorteggio, per i CSM, è visto da alcuni come un problema: possono essere meno responsabili, o meno qualificati, oppure meno “votati” da altri magistrati, che attualmente eleggono i membri del CSM.
  • Non risolve i veri problemi della giustizia
    Alcune critiche sostengono che la lentezza dei processi, la inefficienza della macchina giudiziaria, non dipendano tanto da chi è PM o giudice, ma da carenza di risorse, organici, norme complesse.
  • Potenziale politicizzazione
    C’è il timore che il potere di indirizzo politico sulle procure aumenti, se i PM sono “separati” e non hanno un organismo di autogoverno fortemente indipendente.

Tra l’altro, chi si oppone alla riforma sottolinea il rischio di compromettere l’indipendenza della magistratura. Attualmente, l’unità delle carriere è considerata una garanzia contro possibili pressioni esterne, in particolare da parte del potere esecutivo. Separare le carriere, secondo i contrari, potrebbe aprire la strada a un pubblico ministero più esposto a influenze politiche, soprattutto se accompagnato da modifiche al sistema di autogoverno.

Un altro argomento riguarda la cultura comune della giurisdizione: la possibilità di passare tra le funzioni contribuirebbe a formare magistrati con una visione più completa del processo, favorendo equilibrio e comprensione reciproca tra accusa e giudizio. Eliminare questa possibilità potrebbe, secondo i critici, irrigidire il sistema e accentuare contrapposizioni.

Per darci una risposta potremmo utilizzare il pensiero degli esperti, che secondo “Pagella Politica“, sono divisi: alcuni apprezzano l’obiettivo di maggiore imparzialità, altri avvertono che la riforma può creare “nuovi squilibri” che potrebbero minare l’autonomia. Alcune voci autorevoli della magistratura, anche ex togati, sono favorevoli: secondo loro la riforma può ridurre il potere delle correnti e aumentare la trasparenza. Altri giuristi sono più cauti, soprattutto sul metodo del sorteggio e su come sarà concretamente organizzata l’Alta Corte disciplinare.

Per decidere come votare, si potrebbero considerare i valori personali, cioè, quanto si tiene all’indipendenza della magistratura rispetto ai poteri politici e quanto si preferisca un sistema con più “controlli interni” ma anche più “specializzazione”? Si potrebbe considerare la priorità sulla giustizia, cioè, valutare quale sia, per ognuno di noi, il problema principale: l’efficienza della giustizia, legata spesso a processi lenti e a quanto si creda che questa riforma contribuisca davvero a migliorare i tempi? O, se invece ci preoccupi la corruzione o la “captazione” della Magistratura, la separazione può essere uno strumento utile. I rischi pratici, cioè, quanto la riforma sia complessa: ci saranno leggi attuative da fare. Se voti sì, devi credere che queste leggi saranno efficaci e ben fatte, mentre, se voti no, pensi che mantenere lo ‘status quo’, magistrati con carriera unica, sia meno rischioso? In fine, resta da prendere in considerazione il controllo democratico, legato al sorteggio per il CSM, che potrebbe diminuire il potere di potenziali “lobby interne”, ma può, anche, ridurre la trasparenza o la responsabilità.

In attesa di ascoltare e valutare gli ultimi “consigli per il voto” di questa o quella forza politica, ricordo a voi, per ricordarlo a me stesso, come il referendum offra ai cittadini l’opportunità di esprimersi direttamente su un tema complesso, che incide sui principi fondamentali dello Stato di diritto. Come, al di là delle diverse posizioni, sia importante informarsi, comprendere le implicazioni della riforma e partecipare al voto in modo consapevole, perché la partecipazione è uno strumento essenziale della democrazia: recarsi alle urne significa contribuire attivamente alle scelte che riguardano il funzionamento delle istituzioni e la tutela dei diritti di tutti. Buon voto!

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