Il dibattito sui tribunali islamici paralleli accende la politica: lo scontro sulla Costituzione e il duro affondo contro il silenzio di sinistra e femministe.
di Piero Mastroiorio —
Il dibattito sull’integrazione e sui confini della legalità in Italia si arricchisce di un nuovo, rovente capitolo: al centro della bufera c’è la recente nascita di una Camera Arbitrale Islamica a Padova, un organismo che nello statuto propone di risolvere controversie civili e commerciali tra privati facendo riferimento ai principi della Sharia, la legge islamica. La notizia ha sollevato un’ondata di reazioni politiche immediate, riaccendendo il faro sul rischio della creazione di un sistema giuridico parallelo nel nostro Paese.

Sulla questione è intervenuta duramente Isabella Tovaglieri, europarlamentare della Lega, affidando il proprio pensiero ad un post pubblicato sulla sua pagina ufficiale Instagram, delineando una netta linea di demarcazione a difesa dell’ordinamento giuridico nazionale, esprimendo, senza mezzi termini, la propria contrarietà all’iniziativa con parole destinate a far discutere: «Non possiamo accettare che in Italia nascano tribunali che pretendono di applicare la ‘Sharia’, in totale contrasto con la nostra Costituzione e con le nostre leggi. L’Islam più integralista e fondamentalista è già qui, nel silenzio assordante della sinistra e delle femministe, che finiscono per accettare implicitamente principi come la sottomissione della donna e la superiorità del marito sulla moglie. È fondamentale intervenire subito e tracciare una linea invalicabile: in Italia esiste una sola legge, quella italiana.».
Perché la Sharia viola la legge italiana?
Sul piano tecnico, le camere arbitrali in Italia sono regolate dagli articoli 806 e seguenti del Codice di Procedura Civile e gestiscono la giustizia alternativa privata. Tuttavia, la legge impone limiti invalicabili: l’arbitrato è ammesso esclusivamente per i diritti disponibili, come i contratti e le liti commerciali. Al contrario, materie delicate come il diritto di famiglia, i rapporti matrimoniali e lo status delle persone, sono considerati “indisponibili” e non possono essere mai affidati a tribunali privati o religiosi. Inoltre, per avere validità giuridica, la decisione finale, il lodo, non può in alcun modo violare l’ordine pubblico e i principi costituzionali, inclusa la parità di genere. Qualsiasi tentativo di applicare codici confessionali discriminatori in queste materie risulta quindi giuridicamente nullo e privi di efficacia per lo Stato italiano.

Il nucleo della polemica investe direttamente la tenuta dei principi fondamentali della Repubblica Italiana: secondo i critici dell’iniziativa, la teorizzazione o l’applicazione di codici di condotta basati sulla Sharia per dirimere i contenziosi civili rischia di confliggere insanabilmente con i diritti civili universalmente riconosciuti. Il timore principale riguarda la tutela e la parità di genere. Se la Costituzione italiana sancisce l’assoluta uguaglianza tra uomo e donna, Articolo 3, il diritto islamico, tradizionale, presenta istituti e norme che penalizzano la figura femminile in ambiti cruciali come il diritto di famiglia, la gestione patrimoniale, l’affidamento dei figli e le dinamiche matrimoniali. Permettere l’esistenza, seppur in forma di arbitrato privato, di un sistema che valuta i diritti personali su basi religiose integraliste rappresenterebbe un pericoloso passo indietro per le conquiste sociali delle donne.
Le forze di centrodestra e diversi costituzionalisti ricordano che la libertà di culto, pur ampiamente garantita e protetta dall’Articolo 19 della Costituzione, incontra un limite invalicabile nell’ordinamento pubblico e nel rispetto delle leggi dello Stato. L’esercizio della giustizia e la risoluzione formale delle controversie non possono fare riferimento a ordinamenti confessionali che scavalcano o subordinano il Codice Civile italiano. La richiesta che si leva con forza dalla maggioranza è quella di un intervento ispettivo e normativo immediato, per bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di legittimazione di questi “tribunali ombra“. La sovranità legislativa e giudiziaria italiana non ammette deroghe: per garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il sistema dei diritti deve restare unico, laico e uniforme su tutto il territorio nazionale.

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