PESAVENTO: «La mancanza di politiche giovanili realmente inclusive e la ridotta offerta culturale nei territori favoriscono derive comportamentali che sfociano in episodi di violenza collettiva. La rissa non è dunque solo un fatto individuale, ma il prodotto di un disagio sociale diffuso che richiede un’azione coordinata tra scuola, famiglie, istituzioni e mondo associativo per ricostruire il senso di appartenenza, di responsabilità e di fiducia nelle regole della convivenza civile.».
di Redazione —

Il CNDDU, Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, nell’esprime profonda preoccupazione in merito all’episodio avvenuto a Gallipoli, dove sette giovani sono stati coinvolti in una rissa all’esterno di un locale notturno, attraverso le parole del suo presidente, Romano Pesavento, sottolinea: «L’accaduto non può essere interpretato come un semplice fatto di cronaca legato alla movida estiva, ma deve essere letto come un campanello d’allarme che rivela un deficit educativo e relazionale che interessa più ampiamente la condizione giovanile. La violenza scaturita da un futile pretesto, un presunto furto di una collanina, non è soltanto l’esito di un conflitto momentaneo, bensì l’espressione di una più profonda incapacità di governare le emozioni e di riconoscere l’altro come portatore di dignità. La rissa, pur non avendo avuto gravi conseguenze fisiche, manifesta l’assenza di competenze socio-emotive e la scarsa interiorizzazione dei principi fondamentali della convivenza civile.
Il Coordinamento ritiene che la scuola, in quanto istituzione formativa per eccellenza, abbia il compito imprescindibile di andare oltre la mera trasmissione di saperi disciplinari, per radicare nei giovani la cultura del rispetto e della responsabilità. Non bastano interventi occasionali o attività sporadiche: è necessario che l’educazione ai diritti umani, alla legalità e alla gestione non violenta dei conflitti diventi parte strutturale del curricolo, integrata nella quotidianità didattica e sostenuta da una progettualità sistemica. Solo in questo modo la comunità scolastica può contribuire a costruire personalità consapevoli, capaci di prevenire l’insorgere di dinamiche distruttive e di affrontare le tensioni interpersonali senza ricorrere all’aggressività.

Non va trascurato, inoltre, che episodi come quello di Gallipoli si innestano in un più ampio contesto sociale caratterizzato da precarietà esistenziale, assenza di spazi aggregativi significativi e impoverimento delle relazioni comunitarie. Molti giovani crescono in un clima in cui il successo viene misurato con parametri superficiali e immediati, in cui il tempo libero rischia di trasformarsi in terreno fertile per l’alienazione e la ricerca compulsiva di riconoscimento attraverso la forza o la trasgressione. La mancanza di politiche giovanili realmente inclusive e la ridotta offerta culturale nei territori accentuano questo vuoto, favorendo derive comportamentali che sfociano in episodi di violenza collettiva.
La rissa non è dunque solo un fatto individuale, ma il prodotto di un disagio sociale diffuso che richiede un’azione coordinata tra scuola, famiglie, istituzioni e mondo associativo per ricostruire il senso di appartenenza, di responsabilità e di fiducia nelle regole della convivenza civile. L’episodio di Gallipoli ci invita a una riflessione collettiva: la violenza giovanile non è un’emergenza da contenere di volta in volta, ma il sintomo di un vuoto educativo che richiede risposte stabili e lungimiranti. Il Coordinamento ribadisce, pertanto, l’urgenza di una politica scolastica che assuma la formazione ai diritti umani come asse portante, affinché la dignità della persona non resti un principio astratto, ma diventi riferimento concreto e quotidiano per le nuove generazioni.».

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