INNOCENZI: «In dieci anni il settore ha perso più di un’impresa su cinque. È un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. A rischio non c’è solo un comparto storico della microimprenditorialità italiana, ma anche la tenuta economica e sociale dei territori, dove i mercati rappresentano da sempre un presidio di prossimità, socialità e servizio. Occorre una fiscalità che sostenga chi investe, una lotta più incisiva all’abusivismo e strumenti per la digitalizzazione e la riqualificazione dell’offerta. Il 60% delle imprese ha ancora margini di sviluppo, ma il restante 40% avrà bisogno di un accompagnamento mirato per riconvertirsi.».
di Redazione —
I dati dall’approfondimento ‘I mercati si svuotano: si può ancora parlare di scarsità della risorsa’, presentato da ANVA Confesercenti, in occasione dell’Assemblea nazionale dell’associazione, tenutasi a Roma, rivelano, come il commercio su aree pubbliche, storicamente cuore pulsante delle città e dei piccoli centri italiani, è in grave difficoltà: in dieci anni, dal 2014 al 2024, sono scomparse oltre 42.000 imprese ambulanti, pari a un calo del 22,4%, più di un’attività su cinque ha chiuso per sempre lo stand. A sparire, con loro, 4.500.000.000 di euro di fatturato, mentre la quota del comparto sulla spesa delle famiglie è scesa dal 5% al 3%, due punti in meno rispetto a dieci anni fa.
L’analisi fotografa un sistema in crisi profonda, vittima di una combinazione di fattori economici, normativi e sociali. La contrazione è particolarmente marcata in alcuni settori: abbigliamento, tessuti e calzature segnano una caduta del 55%, mentre, i banchi alimentari, tradizionale spina dorsale dei mercati, perdono terreno con un -18%. Il fenomeno non risparmia nessuna area geografica, ma è più accentuato nel Nord-Est (-32,6%) e nel Centro Italia (-27,3%). Le Marche guidano la classifica negativa con un crollo del 54,5%, mentre nel Mezzogiorno la flessione si ferma al -15,9%.

Parallelamente, anche, la natalità imprenditoriale registra una brusca frenata: le nuove iscrizioni passano da oltre 22.000 nel 2014 a poco più di 15.600 nel 2024, un calo del 30% che riflette la difficoltà di avviare nuove attività in un contesto incerto e poco attrattivo. Oggi, in media, un quarto dei posteggi nei mercati italiani risulta vuoto, circa 53.000 spazi inutilizzati, con il valore delle licenze è crollato di circa il 70%, passando da 30.000 a 9.000 euro. Secondo ANVA, le cause di questo declino vanno cercate anche nell’incertezza normativa che da anni pesa sul comparto: la direttiva Bolkestein, la mancanza di linee guida nazionali definitive e i continui rinvii nei rinnovi delle concessioni hanno congelato gli investimenti, scoraggiato nuovi ingressi e ridotto la competitività delle imprese.
«In dieci anni il settore ha perso più di un’impresa su cinque. È un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. A rischio non c’è solo un comparto storico della microimprenditorialità italiana, ma anche la tenuta economica e sociale dei territori, dove i mercati rappresentano da sempre un presidio di prossimità, socialità e servizio», ha dichiarato Maurizio Innocenti, Presidente di ANVA Confesercenti, che nel sottolineare la necessità di certezze normative, ma, anche, di una riforma strutturale che premi la qualità, incentivi la formazione e favorisca il ricambio generazionale, ha sottolineato: «Occorre una fiscalità che sostenga chi investe, una lotta più incisiva all’abusivismo e strumenti per la digitalizzazione e la riqualificazione dell’offerta. Il 60% delle imprese ha ancora margini di sviluppo, ma il restante 40% avrà bisogno di un accompagnamento mirato per riconvertirsi.».

La crisi dei mercati ambulanti non riguarda solo l’economia: mette a rischio un modello di commercio basato sulla relazione diretta tra venditore e cittadino, sulla diversità dell’offerta e sulla vivibilità degli spazi urbani. I mercati, oltre a essere luoghi di scambio, hanno storicamente rappresentato un punto di incontro, un servizio di prossimità per anziani, famiglie e persone fragili, contribuendo alla coesione sociale e all’identità delle comunità locali.
Le cause principali di queste chiusure potrebbero essere riassunte:
- Fattori economici: costi elevati, tasse e difficoltà economiche generali.
- Normativa: un quadro normativo percepito come troppo stringente.
- Concorrenza: la forte concorrenza del commercio online e i cambiamenti nelle abitudini di consumo.
- Assenza di ricambio generazionale: i giovani sono sempre meno interessati a questo tipo di lavoro, che risulta economicamente difficile da sostenere.
L’impatto settoriale e geografico potrebbe essere riassunto:
- Settori colpiti: i settori più colpiti sono abbigliamento, tessuti e calzature, con un calo del 55%, ma anche il settore alimentare sta subendo perdite significative (-18%).
- Aree geografiche: il calo è più accentuato nel Nord-Est (-32,6%) e nel Centro Italia (-27,3%). Le Marche sono la regione più colpita, con un crollo del 54,5%, mentre nel Mezzogiorno la flessione è del 15,9%.
Le conseguenze potrebbero portare a:
- Desertificazione commerciale: la crisi del commercio ambulante contribuisce alla “desertificazione commerciale” delle città, con un impatto negativo sulla vivibilità e sulla coesione sociale.
- Perdita di presidi sociali: le attività ambulanti rappresentano un presidio economico e sociale importante per molte comunità.

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