Mentre, in Italia resta ancora un tema controverso e poco strutturato, in molti Paesi europei, l’educazione affettiva e sessuale, è parte integrante dei programmi scolastici, nonostante, secondo esperti e organismi internazionali, introdurla presto e in modo completo è fondamentale per la crescita e la tutela dei più giovani.
di Redazione —
Se nell’Unione Europea, solo sette Paesi non prevedono un percorso obbligatorio di educazione sessuale nelle scuole, Bulgaria, Cipro, Italia, Lituania, Polonia, Romania e Ungheria, nel resto dei Paesi europei l’educazione sessuale è una realtà consolidata da decenni. La Svezia è stata la prima, nel lontano 1955, a renderla materia obbligatoria nelle scuole, integrandola nei programmi curricolari. A seguire, Germania nel 1968, Danimarca, Finlandia e Austria nel 1970, poi la Francia nel 1998 e l’Irlanda nel 2003. L’Italia, si colloca negli ultimi posti, per quanto riguarda la formazione dei giovani, su temi come affettività, rispetto, consenso e salute sessuale.

Da anni, l’UNESCO e l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, sottolineano l’importanza di un’educazione sessuale precoce, calibrata sulle diverse età. L’obiettivo è parlare di sessualità, emozioni e relazioni in modo positivo, realistico e scientificamente corretto. Secondo un recente rapporto UNESCO, solo 10 Paesi europei hanno sviluppato programmi di CSE, Comprehensive Sexuality Education, cioè un’educazione sessuale “comprensiva”: non limitata agli aspetti biologici, ma estesa alle emozioni, al rispetto del corpo, al consenso e all’uguaglianza di genere. Nei Paesi dove questo modello è attivo, gli studi mostrano benefici concreti: meno ansia legata alla “prima volta”, più consapevolezza dei propri diritti e una significativa riduzione dei casi di violenza e sfruttamento.
Le linee guida delle Nazioni Unite raccomandano che la CSE inizi già nella scuola primaria e continui per tutto il percorso di crescita, adattando i contenuti all’età. Nei Paesi Bassi, per esempio, si comincia a parlare di emozioni, rispetto e differenze già dai 4 anni, con linguaggi semplici e attività adeguate ai bambini. Questo approccio graduale, spiegano ONU e UNESCO, non “anticipa” la sessualità, ma fornisce strumenti per viverla in modo consapevole e sicuro. L’educazione affettiva diventa così parte integrante dell’educazione civica e della costruzione dell’identità personale e relazionale.

Nel nostro Paese, l’educazione sessuale non è obbligatoria né esiste un piano nazionale che ne regoli l’insegnamento. Ogni scuola decide autonomamente se e come affrontare il tema, spesso con interventi sporadici o affidati a esperti esterni. Secondo l’Osservatorio “Giovani e Sessualità” di Durex e Skuola.net, il 38,8% dei ragazzi italiani tra 11 e 24 anni dichiara di non aver mai trattato questi argomenti a scuola. Chi lo ha fatto, spesso racconta esperienze frammentarie, concentrate sugli aspetti biologici e poco attente a emozioni, relazioni e rispetto. Eppure, secondo le raccomandazioni UNESCO, il diritto all’educazione sessuale è anche un diritto alla salute e all’uguaglianza di genere, pienamente inserito negli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Parlare di educazione sessuale non significa anticipare esperienze o imporre modelli, ma fornire strumenti per crescere liberi e consapevoli. Laddove esiste un percorso strutturato, i giovani mostrano più rispetto verso sé stessi e gli altri, maggiore senso di responsabilità e una migliore comprensione delle proprie emozioni, per questo, molti esperti chiedono, che, anche, l’Italia compia finalmente un passo deciso in questa direzione: perché educare all’affettività non è un lusso o un tabù, ma un diritto e un dovere educativo verso le nuove generazioni.

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