Dai piccoli Comuni che rilevano i distributori per garantire un servizio essenziale alla provocazione politica: una gestione pubblica della rete potrebbe davvero abbassare il costo della benzina per milioni di italiani?
di Piero Mastroiorio —
La chiamano ormai la “benzina del sindaco”, ma dietro l’espressione curiosa si nasconde una questione economica e politica tutt’altro che marginale: può un ente pubblico intervenire direttamente nella vendita del carburante per offrire ai cittadini un prezzo più basso? La risposta, almeno in alcuni piccoli Comuni italiani, è già nei fatti. le notizie più recenti citano diversi Comuni italiani che possiedono o gestiscono direttamente un distributore di carburante. Quello salito alla ribalta delle cronache é Valle Castellana, nel Teramano, dove il Comune gestisce direttamente l’unico distributore presente sul territorio.

Il caso di Valle Castellana è particolarmente interessante perché il sindaco dichiara esplicitamente di aver azzerato il margine di guadagno, mantenendo sul prezzo soltanto quanto necessario a coprire i costi di gestione. L’amministrazione ha scelto di vendere benzina e gasolio praticamente a prezzo di costo, limitandosi a coprire le spese necessarie al funzionamento dell’impianto. Il risultato è un prezzo che può arrivare a essere circa 20-25 centesimi al litro più basso rispetto a quello praticato mediamente sul mercato. La logica è semplice: quando il mercato privato non considera più conveniente mantenere aperta una pompa di benzina, il Comune interviene per garantire un servizio ritenuto essenziale alla popolazione.
Il modello della “benzina del sindaco” funziona perché l’obiettivo non è produrre un profitto commerciale: il Comune acquista il carburante, sostiene i costi di gestione dell’impianto e lo rivende applicando un margine minimo, sufficiente a mantenere l’attività in equilibrio. A Valle Castellana, il sindaco ha spiegato che l’obiettivo è proprio quello di arrivare al pareggio, coprendo manutenzione, energia, controlli e altre spese operative. È un meccanismo che porta inevitabilmente a una domanda: se può farlo un Comune di poche centinaia di abitanti, perché non potrebbe farlo lo Stato?
La domanda è provocatoria, ma non del tutto irrazionale: quando un automobilista paga un litro di benzina, non sta pagando soltanto il costo industriale del carburante. Nel prezzo finale entrano il costo della materia prima, raffinazione, trasporto, distribuzione, margini della filiera e soprattutto la componente fiscale. Per questo motivo, parlare semplicemente di “nazionalizzare la benzina” rischia di essere fuorviante. Lo Stato non potrebbe cancellare con un tratto di penna tutti i costi che stanno dietro al carburante, ma potrebbe intervenire su una parte della filiera e, soprattutto, decidere quanto margine pubblico applicare alla vendita.
Qui nasce l’idea di una “nazionalizzazione del prezzo” più che della benzina. Non necessariamente lo Stato dovrebbe acquistare tutte le compagnie petrolifere o diventare proprietario di ogni distributore. Potrebbe, per esempio, creare una rete pubblica o partecipata di stazioni di servizio, acquistare grandi quantità di carburante e rivenderlo con margini estremamente ridotti. Una sorta di grande “distributore del sindaco”, ma nazionale.
Un modello pubblico potrebbe abbassare davvero i prezzi?

In teoria sì, almeno su una parte della rete. Il caso di Valle Castellana dimostra che l’eliminazione o la forte riduzione del margine commerciale può produrre un prezzo alla pompa sensibilmente più basso, ma bisogna evitare di trasformare un’esperienza locale in una certezza valida automaticamente per tutta Italia. Un Comune gestisce un solo impianto e opera in condizioni particolari. Lo Stato potrebbe, invece, confrontarsi con migliaia di distributori, grandi volumi di acquisto, logistica nazionale, personale, manutenzione, sicurezza, investimenti e concorrenza europea. Inoltre, una riduzione del prezzo alla pompa ottenuta semplicemente abbassando le tasse avrebbe un costo enorme per le finanze pubbliche. Se invece si intervenisse attraverso una rete pubblica, lo Stato dovrebbe investire capitali importanti per acquistare o realizzare impianti, organizzare gli approvvigionamenti e gestire una struttura industriale molto complessa. Insomma, la “benzina pubblica” non sarebbe gratis per lo Stato.
È proprio questo il punto più interessante: la questione sollevata dai piccoli Comuni non è necessariamente: “Lo Stato deve diventare benzinaio”, la domanda è un’altra: perché il cittadino deve sopportare integralmente il prezzo di mercato quando una parte della filiera può essere gestita senza l’obiettivo di massimizzare il profitto? A Valle Castellana, il Comune, non ha cercato di fare utili sul carburante, ha cercato di garantire un servizio e di mantenere i prezzi bassi e il risultato, secondo l’amministrazione «è stato anche un forte aumento dei volumi venduti, arrivati a circa 2.000 litri al giorno rispetto ai 700-800 iniziali.». Questo dimostra come un prezzo più basso può generare maggiore domanda, attirando automobilisti anche da territori vicini.
Si potrebbe passare dalla “benzina del sindaco” a una possibile “benzina dello Stato”?
Immaginare una nazionalizzazione completa della rete distributiva sarebbe probabilmente un progetto enorme e controverso, ma esiste una via intermedia. Lo Stato potrebbe creare una rete pubblica di distributori a prezzo calmierato, concentrandola innanzitutto nei territori dove il mercato presenta maggiori criticità. Potrebbe, inoltre, utilizzare una società pubblica o partecipata per acquistare carburante all’ingrosso, sfruttando la propria capacità finanziaria e la dimensione degli acquisti. Una parte della rete privata continuerebbe naturalmente a operare in regime di concorrenza. Accanto a questa potrebbe esistere una rete pubblica con una funzione precisa: offrire un prezzo trasparente, ridurre i margini e rappresentare una sorta di “prezzo di riferimento” per il mercato. Sarebbe, in altre parole, una calmierazione attraverso la concorrenza pubblica, più che una semplice imposizione amministrativa del prezzo.

Resta il nodo delle accise, le tasse: se l’obiettivo fosse portare strutturalmente il prezzo della benzina molto più in basso, la sola gestione pubblica dei distributori non sarebbe sufficiente. Una parte consistente del prezzo finale dipende dalla fiscalità. Di conseguenza, qualsiasi progetto, serio, dovrebbe affrontare, anche, la questione delle accise e dell’IVA, é qui che la discussione sulla benzina diventa una discussione sul modello fiscale dello Stato. Ridurre le accise significa rinunciare a entrate pubbliche. Quelle risorse dovrebbero essere recuperate attraverso altre entrate oppure attraverso una riduzione della spesa. La domanda politica diventerebbe: quanto è disposto lo Stato a rinunciare dal gettito sui carburanti per ridurre il costo della mobilità di famiglie, lavoratori e imprese?
La risposta non l’avremo mai, ma se l’Italia è un Paese nel quale milioni di persone dipendono ancora quotidianamente dall’automobile, il carburante non è un bene qualsiasi: incide sul costo del lavoro, sui trasporti, sulla logistica, sui prezzi dei prodotti e, indirettamente, sul costo della vita. per questo la “benzina del sindaco” può essere letta non soltanto come una curiosità amministrativa, ma come un piccolo esperimento di intervento pubblico nell’economia. Il Comune interviene quando il mercato non garantisce più un servizio. Lo Stato potrebbe, almeno in teoria, intervenire quando il prezzo di un bene essenziale diventa un problema sociale ed economico.
La vera domanda, allora, non è se lo Stato debba necessariamente “nazionalizzare la benzina”, ma se una parte del mercato del carburante possa essere sottratta alla sola logica del profitto e utilizzata come strumento di politica economica. Valle Castellana, con i suoi circa 800 abitanti, probabilmente non cambierà da sola il mercato italiano dei carburanti, ma dimostra come sia possibile una strada alternativa: acquistare il carburante, eliminare quasi completamente il margine commerciale e utilizzare il distributore come servizio pubblico. Il modello non è automaticamente replicabile su scala nazionale e presenta costi, vincoli e problemi che non possono essere ignorati, ma proprio per questo merita una discussione seria.
Se un piccolo Comune può trasformarsi in benzinaio per impedire che i cittadini rimangano senza servizio e per contenere il prezzo del pieno, allora è legittimo chiedersi se anche lo Stato possa fare qualcosa di più che limitarsi a osservare l’andamento del prezzo alla pompa e intervenire occasionalmente con bonus o riduzioni fiscali. Forse la vera provocazione non è “nazionalizziamo la benzina”, ma un’altra: perché non provare a creare, accanto al mercato privato, una rete pubblica capace di garantire agli italiani almeno un prezzo equo e trasparente per un bene dal quale, ancora oggi, milioni di persone dipendono? La “benzina del sindaco” è nata per salvare un distributore di paese. Potrebbe diventare, almeno nel dibattito politico, l’esempio da cui partire per immaginare una nuova politica nazionale del carburante.

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