Il CNDDU, lanciando l’allarme, chiede interventi strutturali, per la fascia 0-6 anni dopo la sentenza di Cassazione: «Basta tagli alle ore di frequenza per carenza di organico».
di Redazione —
«L’inclusione scolastica dei bambini con disabilità non può essere considerata un “lusso” subordinato alle disponibilità di bilancio o alle carenze organizzative», a rilanciare con forza il tema è il CNDDU, Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, richiamando l’attenzione delle istituzioni sulla necessità di garantire la piena partecipazione alla vita degli asili nido e delle scuole dell’infanzia nella delicatissima fascia zero-sei anni. Riaccendendo, così, il dibattito dopo la storica pronuncia della Corte di Cassazione, che ha affrontato il caso di un minore a cui era stata ridotta la frequenza scolastica proprio a causa di un numero insufficiente di ore di sostegno. «Una vicenda che evidenzia un problema sistemico: il divario tra i diritti formalmente riconosciuti e la reale capacità dello Stato di fornire gli strumenti per garantirli», secondo il CNDDU.

Secondo il prof. Romano Pesavento, presidente del CNDDU, le carenze di personale non possono in alcun modo tradursi in una riduzione delle opportunità educative per i più piccoli. Il Coordinamento evidenzia i nodi centrali della questione:
- Stop ai tagli di orario: La carenza di organico non deve mai giustificare la riduzione del tempo scuola per il bambino.
- Programmazione tempestiva: Le risorse per il sostegno devono essere assegnate con certezza prima dell’inizio dell’anno, evitando soluzioni temporanee e il continuo avvicendamento dei docenti.
- Il valore della fascia 0-6 anni: È in questa fase che si sviluppano le prime autonomie e relazioni; interrompere o ridurre la frequenza mina alle fondamenta il percorso di crescita.
- No alle disparità territoriali: La qualità del sostegno non può dipendere dalla ricchezza del Comune di residenza o dalla capacità finanziaria della singola struttura.

Il CNDDU invita a superare la logica dell’emergenza: l’inclusione deve diventare una componente ordinaria della programmazione scolastica, poiché la presenza di bambini con esigenze differenti è la normalità, non un evento eccezionale. Per questa ragione, il confronto istituzionale non deve limitarsi alla ricerca di finanziamenti aggiuntivi, ma deve chiarire le responsabilità e garantire una formazione globale. L’inclusione non si riduce a un conteggio di ore, ma richiede un ambiente educativo complessivamente preparato, in grado di dialogare stabilmente con le famiglie e i servizi sociosanitari territoriali.
«Il rischio da evitare è doppio: fare vuote affermazioni di principio senza stanziare fondi, oppure, al contrario, far dipendere la dignità di un diritto dalla disponibilità economica del momento. Garantire l’inclusione significa permettere a ogni bambino di frequentare con continuità, partecipare e costruire relazioni. È sulla capacità di trasformare le leggi in un’esperienza educativa quotidiana che si misura, concretamente, la civiltà delle nostre istituzioni», conclude il Prof. Pesavento.

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