Dalle chat di gruppo alla delegittimazione dei voti: ecco come nasce la violenza in classe e perché serve un modello di intervento istituzionale a tappe.
di Redazione —

«L’aumento degli episodi di violenza contro il personale scolastico non nasce mai dal nulla. L’aggressione fisica è solo l’atto finale di un lungo processo di deterioramento delle relazioni, fatto di pressioni, messaggi ostili e incapacità di gestire il dissenso. Per fermare questa tendenza, serve un cambio di rotta radicale che sposti l’attenzione sul tempo che precede lo scontro», dice il prof. Romano Pesavento, Presidente del CNDDU, Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani,
«Il problema comincia quando una decisione didattica, come un voto insufficiente o una nota, viene interpretata come un attacco intenzionale allo studente. La discussione si sposta così dal merito del provvedimento alla persona del docente», dice ancora Pesavento, sottolineando come questo meccanismo viene amplificato dai canali digitali:
- Risposte immediate: i messaggi scritti d’impulso esasperano i toni emotivi.
- Effetto branco: le chat di gruppo dei genitori trasformano un problema singolo in una delegittimazione collettiva prima ancora che la scuola possa verificare i fatti.

«Troppo spesso la gestione dei conflitti viene lasciata sulle spalle del singolo insegnante, che tenta di rispondere a messaggi e contestazioni fino a quando la situazione non diventa insostenibile», dice il Presidente del CNDDU chiedendo di stabilire una soglia precisa oltre la quale la controversia cessa di essere individuale e viene presa in carico dall’intera istituzione. Le prime misure di protezione includono l’obbligo di usare solo canali ufficiali (registro elettronico e mail istituzionali) e il divieto per il docente di incontrare da solo le famiglie nei casi di forte tensione.
Per disinnescare la violenza sul nascere, la proposta prevede un percorso chiaro e diviso in tre fasi:
- Primo livello: registrazione della criticità e colloquio strutturato con la famiglia.
- Secondo livello: coinvolgimento automatico della dirigenza scolastica in caso di comunicazioni aggressive o accuse reiterate.
- Terzo livello: attivazione immediata delle procedure di tutela e dei servizi legali o sociali davanti a minacce e intimidazioni.
«L’obiettivo finale non è aumentare la conflittualità, ma tracciare confini certi. La scuola non può essere lasciata sola a gestire disagi sociali o psicologici che superano la dimensione didattica: l’insegnante deve fare l’educatore, non il mediatore o l’operatore sociale», conclude il Presidente del CNDDU.

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