FIORUCCI: «Investire nel monitoraggio, nella modellazione e nella corretta gestione del territorio resta la strategia più efficace per convivere con un rischio che, nel contesto dei cambiamenti climatici in atto, potrebbe aumentare in frequenza e intensità in molte aree.».
di Redazione —
“Le frane sono fenomeni naturali che svolgono un ruolo fondamentale nella modellazione del paesaggio. Sono diffuse in tutto il territorio italiano: ne sono state censite oltre 635.000, in media una ogni 3 km² di territorio non pianeggiante. Il principale fattore di innesco delle frane è rappresentato dalle precipitazioni, soprattutto, quando sono intense o prolungate. Le piogge, a loro volta, dipendono fortemente dal clima e dalla sua variabilità. Il riscaldamento globale, definito inequivocabile dall’IPCC, si accompagna a un aumento della frequenza e dell’intensità di alcuni eventi meteorologici estremi, anche nelle aree in cui le precipitazioni medie annue non mostrano variazioni significative.

Uno dei segnali più evidenti di questa tendenza è costituito dai temporali convettivi, caratterizzati da celle di pioggia molto intense e localizzate. Proprio la loro limitata estensione areale rende difficile prevedere con precisione dove e quando potrà attivarsi una frana indotta da questo tipo di precipitazioni: benché l’Italia disponga di una fitta rete di pluviometri, può accadere che un singolo pluviometro non sia sufficiente a descrivere la forte variabilità di una cella temporalesca. Gli eventi verificatisi il 14 luglio sulle Dolomiti rappresentano un esempio significativo di questa dinamica: la colata detritica in Val Campo di Dentro, nei pressi del rifugio Tre Scarperi, la riattivazione della frana di Cancia, sopra Borca di Cadore, e i dissesti registrati in Alto Adige e in Val Alpisella si sono verificati nell’arco di poche ore, in risposta a temporali violenti e circoscritti.
Non sorprende che questi fenomeni abbiano interessato aree già note per la loro fragilità idrogeologica. Le frane, infatti, tendono a riattivarsi nei luoghi in cui si sono già verificate in passato. Anche per questo motivo, la mappatura delle aree instabili e il monitoraggio del territorio rappresentano strumenti essenziali per la prevenzione e la gestione del rischio. Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha compiuto progressi significativi nella previsione a breve termine di questi fenomeni, grazie allo sviluppo di soglie pluviometriche e di sistemi di allertamento sempre più affidabili.
Rimangono, invece, più incerte le proiezioni di lungo periodo, che richiedono un approccio multidisciplinare capace di integrare climatologia, idrologia, geomorfologia e ingegneria geotecnica. Investire nel monitoraggio, nella modellazione e nella corretta gestione del territorio resta quindi la strategia più efficace per convivere con un rischio che, nel contesto dei cambiamenti climatici in atto, potrebbe aumentare in frequenza e intensità in molte aree”, ha detto Federica Fioriucci geomorfologa, Società Geologica Italiana, CNR – Istituto di Geoscienze.

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