Tra vestiti nuovi, a volte griffati, sguardi indiscreti e pettegolezzi tra i viali: nel Cimitero, il sacro rispetto per chi non c’è più cede il passo alla vanità e al chiacchiericcio pettegolo.
di Piero Mastroiorio —
Novembre é appena iniziato e, come ogni anno, i Cimiteri si popolano per la tradizionale commemorazione dei defunti dell’1 e 2 novembre. Un tempo scrigni di silenzio, preghiera e intimo ricordo, i viali alberati dei Cimiteri sembrano aver smarrito la loro sacralità, trasformandosi in una via del Corso domenicale, una passerella a cielo aperto dove l’apparenza ha tristemente surclassato il raccoglimento.
La sfilata d’autunno tra i loculi

In questi due giorni cruciali per i Cimiteri, varcando il cancello d’ingresso, la sensazione di trovarsi di fronte a una sfilata di moda d’alta stagione è immediata. Il nero, colore del lutto e del rispetto, viene spesso declinato in outfit ricercati, studiati nei minimi dettagli per farsi notare. Vestiti appena acquistati, occhiali da sole rigorosamente firmati per celare sguardi tutt’altro che rigati dalle lacrime e tacchi che ticchettano rumorosamente sul selciato.
Ci si prepara alla “visita ai morti” con la stessa cura che si riserverebbe a un aperitivo in centro o a un pranzo di gala. La domanda non è più “quale preghiera dedicare“, ma “cosa indossare per non sfigurare” davanti ai conoscenti che, inevitabilmente, si incroceranno tra una lapide e l’altra.
Il salotto del pettegolezzo: quando il Cimitero diventa social
L’ostentazione visiva è solo metà del problema: ciò che ferisce maggiormente chi cerca un momento di autentico dialogo interiore con i propri cari è il sottofondo sonoro. Il silenzio assordante, interrotto un tempo solo dal fruscio delle foglie secche e dal sussurro dei rosari, è stato sostituito da un chiacchiericcio costante, frivolo e pettegolo.

I viali si trasformano in salotti d’attualità locale: ci si ferma davanti alle cappelle gentilizie non per recitare un requiem, ma per commentare lo stato di manutenzione della tomba del vicino, la freschezza dei fiori altrui o, peggio, per scambiarsi le ultime indiscrezioni di paese. “Hai visto chi è morto?“, “Guarda quella come si è vestita“, “Chissà quanto avranno speso per quel marmo“: frasi che rimbalzano da un loculo all’altro, profanando la quiete di chi riposa e il dolore di chi, in disparte, piange davvero.
Ritrovare il senso del sacro
La visita del 1 e 2 novembre, nata come un ponte ideale tra il mondo dei vivi e quello di chi ci ha lasciato, un momento per riflettere sul senso del tempo e custodire la memoria, oggi, purtroppo, sembra ridotta a un obbligo sociale da espletare a favore di telecamera o di pubblico.
In un’epoca che vive di sola superficie, persino il Cimitero è stato contagiato dalla dittatura dell’apparire. Forse, per restituire dignità a queste giornate, basterebbe riscoprire il valore del silenzio. Spegnere il rumore del Mondo, abbassare gli occhi dall’abito del vicino e rialzarli verso il ricordo profondo di chi non c’è più, perché la memoria non ha bisogno di sfilate, ma di un cuore capace ancora di ascoltare.

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