Sal Da Vinci, figlio della tradizione musicale napoletana, capace di parlare a un pubblico nazionale, incarna quella linea sottile tra musica leggera e racconto popolare, con “Per sempre sì“, parte dal dolore individuale e arriva a diventare patrimonio condiviso, colonna sonora di matrimoni, cerimonie e momenti di rinascita, perché, in fondo, non è solo una canzonetta, é una dichiarazione di verità e, soprattutto, un inno al riscatto!

di Piero Mastroiorio —

Quando si parla di Sal Da Vinci, si pensa subito a una voce intensa, popolare, capace di unire generazioni diverse, ma ridurre il suo repertorio a semplici melodie romantiche sarebbe un errore, tra le sue tante interpretazioni, dopo la vittoria sanremese, spicca  Per sempre sì, un brano che va oltre la dimensione della “canzonetta” e si trasforma in un vero inno al riscatto personale e sentimentale. “Per sempre sì“, una dichiarazione di verità emotiva, dove il protagonista, attraverso la mimica ci trasmette un messaggio, l’abbandono di una maschera, per una confessione di dolore, superato con difficoltà, con forza, con la forza di andare avanti dopo tante salite e discese. Non c’è delusione, non c’è vittimismo, nelle parole si avverte il desiderio di rialzarsi, di riconquistare dignità, attraverso una promessa di matrimonio rinnovata per l’eternità.

A riguardo, mi hanno colpito le parole di una cara amica, Milena Pistillo, che sulla sua pagina Facebook, così ha commentato “Per sempre sì“: «Le vedo le facce attonite di quelli con la puzzetta sotto il naso, quelli, che, ascoltano solo Guccini (pallosissimo!?) e leggono tanti libri, disapprovare il vincitore di Sanremo. Allora? Ha vinto la canzone neomelodica italiana nel festival della canzone popolare italiana, che rappresenta la maggioranza della popolazione. Il motivetto è scontato, però, mi sono soffermata sul contenuto: l’idea potente del restare sempre insieme, nonostante le avversità. Romanticismo dell’eternità. Certo la realtà non è questa: matrimoni che si sfasciano, tradimenti, più o meno, alla luce del sole, litigi anche violenti, femminicidi, ma noi abbiamo bisogno di sognare a occhi aperti. Il sogno dell’amore che non finisce mai.

Uomini e donne rincorrono questa chimera per tutta la vita. Quante donne accettano di tutto pur di dire: “sono 50 anni che stiamo insieme!”. Perché togliere loro il sogno e, poi, il sogno più potente e imperituro dell’umanità intera? Lasciate che Sal faccia le sue mossette sul palco: il giuramento d’amore con le dita incrociate, l’esibizione della fede nuziale. “L’ammore” non ha mai fatto male a nessuno ed è sempre preferibile all’odio. Lasciate che gli italiani sognino ancora il matrimonio, sebbene la realtà sconfessi questa fede e i locali si lamentino di non fare più affari, perché non si sposa più nessuno!

L’abito bianco, che, non metterai mai più, resta lì a testimoniare che ci hai creduto, che c’è stato un attimo eterno in cui ci hai creduto davvero. Poi, c’è anche quello a cui è andata bene, mica tutti i matrimoni finiscono! Certo, arrancano, si adattano ai cambiamenti, ci si allontana, ma ufficialmente si resta insieme e, magari, c’è pure il momento in cui ci si fa il selfie e si posta “amore infinito”. Non importa quanta polvere venga nascosta sotto il tappeto. Credere nell’amore è innocuo e salvifico.».

È proprio questa tensione tra sofferenza e speranza a rendere il brano qualcosa di più profondo rispetto a una semplice hit radiofonica. La melodia accompagna un testo che parla a chiunque abbia vissuto una caduta e stia cercando il coraggio di ricominciare. Ricominciare, una parola che suona di solennità, non sarà raro vederla scegliere per momenti solenni, perfino per esecuzioni in chiesa, o durante celebrazioni nuziali. Il motivo è chiaro: il brano racconta l’impegno, la vulnerabilità, la scelta di amare nonostante tutto. In un contesto matrimoniale, quelle parole diventano promessa di fedeltà, dichiarazione pubblica di un sentimento che ha attraversato prove e difficoltà.

Il primo caso é già accaduto, nella parrocchia di San Pio a Margherita di Savoia, in Provincia di BAT, Barletta-Andria-Trani, dove “Per sempre sì”, il brano con cui Sal Da Vinci, nome d’arte di Salvatore Michael Sorrentino, artista napoletano, nato nel 1969, a New York, ha vinto il 76° Festival di Sanremo, è stato cantato durante la Santa Messa da bambini, ragazzi e famiglie. «In questa Quaresima stiamo

riflettendo sull’uso delle parole. La parola della seconda settimana era “fedeltà”, a partire dal Vangelo: “Non di solo pane vive l’uomo”. Durante il catechismo ci siamo accorti, che, anche, nel brano di Sal Da Vinci si parla di fedeltà, riferita al matrimonio, ma la fedeltà può essere vissuta in tante prospettive diverse, sempre mettendo Dio al centro», ha spiegato, il parroco don Michele Schiavone, alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Così, un ritornello, nato sul palco più famoso d’Italia, diventa inno di comunità e preghiera, cantato da circa 200 ragazzi, dalla prima elementare alla terza media, accompagnato dalla coreografia dei più grandi, sull’Altare, trasporta, una “una canzonetta“, cantata da Sal con voce intensa e teatrale, in un’atmosfera quasi liturgica. Non è solo intrattenimento: è partecipazione emotiva, è condivisione collettiva di un sentimento autentico. E’ forza della tradizione popolare!

Sal Da Vinci, figlio della tradizione musicale napoletana, capace di parlare a un pubblico nazionale, incarna quella linea sottile tra musica leggera e racconto popolare, dove le sue canzoni non si limitano a far cantare: fanno immedesimare, riflettere, talvolta commuovere. In questo senso, “Per sempre sì” rappresenta perfettamente la sua cifra artistica: un brano che parte dal dolore individuale e arriva a diventare patrimonio condiviso, colonna sonora di matrimoni, cerimonie e momenti di rinascita, perché, in fondo, non è solo una canzonetta, é una dichiarazione di verità e, soprattutto, un inno al riscatto!

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