di Redazione —

Si è conclusa a Rimini, nella cornice di Ecomondo, Italian Exhibition Group – Rimini Expo Center, la 15^ edizione degli Stati generali della green economy, tenutasi il 3 e 4 novembre 2026. L’evento, organizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e con il patrocinio della Commissione europea e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha tracciato il bilancio di una transizione ecologica globale che viaggia come un percorso a ostacoli. Se a livello internazionale la svolta green è ormai una necessità strutturale, il focus sull’Italia restituisce un quadro con più ombre che luci, caratterizzato da pesanti ritardi nei settori chiave.

Italia “hot spot” della crisi climatica

Impianto con pannelli solari installati in un campo agricolo per combinare agricoltura sostenibile ed energia rinnovabile.

I documenti della Relazione sullo Stato della Green Economy 2026 parlano chiaro: l’Italia è fortemente esposta agli impatti del riscaldamento globale. Negli ultimi cinquant’anni la temperatura media nazionale è aumentata di oltre 2°C, un dato di molto superiore alla media globale.

I segnali d’allarme del report:

  • Emissioni di gas serra in aumento nel 2025, a fronte di un calo quasi nullo nel 2026.
  • Oltre 2.300 eventi climatici estremi registrati nel solo 2025.
  • Record di giornate da bollino rosso nell’estate 2026, con un impatto devastante sulla salute: le ondate di calore hanno causato circa 8.700 decessi in Italia.

Energie rinnovabili e risorsa idrica: siamo indietro

Il PNIEC, Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, fissa l’obiettivo italiano al 39,4% di rinnovabili sui consumi totali entro il 2030. Attualmente siamo fermi al 19,6%, ben al di sotto della media europea del 25,2%. I ritardi investono ogni settore: nel riscaldamento pulito siamo al 20% (target 35,9%), nei trasporti appena al 10% (target 34,2%) e solo il 47% dell’elettricità nazionale arriva da fonti pulite, contro un obiettivo del 70%. A questo si aggiunge l’emergenza idrica: l’Italia è il primo consumatore europeo di acqua per uso civile e industriale, ma i cambiamenti climatici hanno già ridotto del 20% la disponibilità d’acqua rispetto all’inizio del Novecento. Nota positiva: cresce la vivacità delle città italiane, che rispondono alla crisi con l’adozione di misure di adattamento e rifugi climatici.

La geopolitica del clima: lo scenario mondiale

Pale eoliche installate su colline verdi per lo sviluppo della green economy e della decarbonizzazione.

La transizione viaggia a velocità alterne nel resto del Mondo. La Cina ferma la crescita della CO2, ma resta il primo emettitore globale (27%). Gli Stati Uniti, nonostante l’installazione di 40GW di rinnovabili, aumentano le emissioni dell’1,9%. L’Europa taglia le emissioni del 37% dal 1990, con un PIL a +75%, pagando, però, una bolletta altissima per i fossili. Infine, l’Africa paga il conto più salato: responsabile di appena il 3% delle emissioni storiche, rischia un eccesso di mortalità del 50% entro il 2050 a causa del climate change.

Perché la decarbonizzazione è l’unica via

Nonostante le frenate, la spinta verso la green economy è sostenuta da fattori economici insostenibili: nel 2026 la bolletta europea del gas potrebbe superare i 240.000.000.000 di euro, contro i 40.000.000.0000 del 2019. Come ricordato dall’UNEP, United Nations Environment Programme, cioè il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e da Edo Ronchi, della Fondazione Sviluppo Sostenibile, la decarbonizzazione non è più solo un dovere ambientale, ma una necessità strutturale per evitare il collasso delle fondamenta economiche globali e garantire l’indipendenza energetica.

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