La democrazia è una cosa fragile e scomoda, perché vive di conflitto, di pluralità, di voci che disturbano, non di unanimità forzata, né di superiorità etica autoproclamata. Quando una parte si arroga il monopolio del bene e usa lo Stato, i media o la cultura per schiacciare l’altra, la democrazia non avanza, muore. Non per un colpo di mano, ma per asfissia. Tra accuse urlate di fascismo e pratiche sempre più autoritarie. Tra applausi compiaciuti e coscienze assolte, dove il rischio più grande, a forza di evocare il passato, come spauracchio, é il non accorgersi dell’autoritarismo, che cresce nel presente, con un volto rispettabile e un lessico apparentemente irreprensibile.
di Piero Mastroiorio —
In Italia accade, anche, che le scuole che invitano Francesca Albanese vengono indagate, quelle che ospitano Noemi di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, sono militarizzate, come accadde lo scorso 26 gennaio, quando Di Segni era stata invitata a parlare davanti a quattro classi del Liceo Righi di Roma, che, per l’occasione, ha cancellato un murales, composto durante un percorso di alternanza e una mostra sulla Palestina messa in piedi dagli studenti, che, tra l’altro, hanno detto: «è importante sottolineare come quest’ospite sia stata accolta all’interno della nostra scuola senza essere stata approvata dal Consiglio di Istituto», denunciando il doppio standard applicato dall’istituzione scolastica.
Dalla politica arriva l’ultimo episodio denunciato dall’europarlamentare Roberto Vannacci: «Ad un parlamentare della Repubblica è stato impedito con la forza di poter democraticamente esprimere le sue opinioni in uno spazio della Camera dei Deputati ed in un evento regolarmente autorizzato, programmato e pianificato. Una formazione chiassosa di parlamentari di sinistra ha occupato l’aula causando problemi di ordine pubblico. Questo non è dissenso è censura. In democrazia eventuali azioni illegali vengono prevenute e represse dalle Forze dell’Ordine e giudicate dalla Magistratura, non certo da una banda di intolleranti parlamentari. Quando si lascia decidere ad una sola fazione del Parlamento chi può parlare e chi no, la democrazia è morta.».
Potrei continuare all’infinito con lo scrivere episodi di censura che uccidono la democrazia, ma mi fermo esprimendo massima solidarietà all’onorevole Domenico Furgiuele, che ha avuto il coraggio e la determinazione di far valere i diritti di cittadini che legittimamente e democraticamente vogliono rappresentare le loro istanze. Dovremmo essere ancora garantiti dall’Art. 21 della Costituzione che garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, sancendo la libertà di stampa e vietando la censura, vietando solo le pubblicazioni contrarie al buon costume.
Se come si legge da più parti “Oggi a Montecitorio è morta la democrazia“, con un titolo forte, non urlato, ma che mostra l’ipocrisia del linguaggio politico e le dinamiche di prevaricazione che svuotano la democrazia dall’interno, mi viene da pensare che la morte della democrazia raramente avviene con un colpo di Stato, con i carri armati nelle piazze o con la sospensione formale delle libertà costituzionali, ma, più spesso, è un processo lento, silenzioso, quasi impercettibile. Una corrosione quotidiana che si consuma nel linguaggio, nelle pratiche politiche, nella delegittimazione sistematica dell’avversario e nell’uso strumentale di valori che si proclamano, ma non si rispettano.
Uno dei segnali più evidenti di questa deriva è l’abuso dell’accusa di fascismo. Un’accusa gravissima, che dovrebbe essere usata con cautela e responsabilità storica, viene invece brandita come un’arma retorica contro chiunque dissenta. Non importa la complessità delle posizioni, la legittimità delle critiche o il contesto: l’avversario viene ridotto a un’etichetta, trasformato, in nemico morale, prima che politico. Il paradosso è evidente: mentre si grida al fascismo, si adottano comportamenti che ne richiamano la sostanza più che la forma. La prevaricazione di alcune forze su altre, l’uso del potere per silenziare, marginalizzare o ridicolizzare le voci non allineate, la convinzione di detenere una superiorità morale che giustifica ogni mezzo. Tutto questo non ha bisogno di camicie nere per manifestarsi: basta un microfono più grande, un algoritmo favorevole, un sistema mediatico compiacente.
Le prevaricazioni sono sotto gli occhi di tutti. Regole applicate in modo selettivo, indignazione a intermittenza, silenzi assordanti quando gli abusi arrivano “dalla parte giusta”. Ciò che ieri era inaccettabile oggi diventa tollerabile, se non addirittura necessario, purché serva a colpire il nemico. La coerenza non è più un valore, ma un intralcio, mentre il linguaggio si fa sempre più violento, in modo elegante. Non si parla di censura, bensì di “responsabilità”. Non di esclusione, ma di “tutela dei valori”. Non di repressione, ma di “lotta all’odio”. Parole nobili, usate per giustificare la marginalizzazione sistematica di voci scomode, non allineate, eretiche.
Il risultato è un sistema in cui il potere si autoassolve e il dissenso diventa sospetto per definizione. Un sistema che non ha bisogno di leggi speciali, perché ha già ottenuto qualcosa di più efficace: l’autocensura, la paura di parlare, il conformismo elevato a virtù. Così muore la democrazia. Non sotto i colpi di un regime dichiarato, ma soffocata da chi la usa come slogan, mentre ne calpesta ogni giorno lo spirito e, quando finalmente ce ne accorgiamo, scopriamo che a forza di gridare “al fascismo”, abbiamo smesso di riconoscerlo proprio dove stava crescendo.
In Italia il fascismo è ovunque, meglio, lo è a parole. Basta un’opinione fuori dal perimetro corretto, una critica al blocco dominante, una domanda scomoda e l’etichetta scatta automatica: “Fascista”. Una parola svuotata della sua storia e trasformata in uno strumento di lotta politica quotidiana. Un’accusa usata non per difendere la democrazia, ma per evitare il confronto. È un copione ormai rodato. Chi controlla il discorso pubblico, politica, informazione, cultura, si presenta come baluardo democratico, mentre agisce da arbitro morale: decide chi è legittimo e chi no, quali idee possono circolare e quali devono essere respinte come pericolose. Non si governa più attraverso il consenso, ma attraverso la delegittimazione dell’altro.
Il paradosso italiano è tutto qui: mentre si invoca ossessivamente l’antifascismo, si tollerano e, spesso, si praticano comportamenti che hanno poco a che fare con una democrazia liberale. Il dissenso viene ridotto a devianza, il pluralismo a fastidio, la critica a minaccia e chi prova a uscire dal coro viene immediatamente spinto ai margini, se non criminalizzato sul piano morale. Cosa vista più volte, con prevaricazioni non episodiche, ma sistemiche. Regole applicate a senso unico, indignazione selettiva, doppie morali che cambiano a seconda del colore politico di chi parla. Se l’abuso arriva “dalla parte giusta”, si minimizza, si giustifica, si tace. Se arriva dall’altra parte, diventa prova definitiva di una deriva autoritaria, “fascista”. Non è difesa dei valori: è uso strumentale dei valori.
In Italia, non serve censurare formalmente, basta creare un clima, in cui certe opinioni diventano impronunciabili, non perché illegali, ma perché socialmente tossiche. Un clima in cui la paura di essere etichettati, razzisti, reazionari, fascisti, funziona meglio di qualsiasi divieto. È l’autocensura elevata a metodo di governo del dibattito pubblico, mentre il linguaggio viene ripulito, addomesticato, reso presentabile. Non si parla di esclusione, ma di “responsabilità democratica”. Non di silenziamento, ma di “difesa dei diritti”. Non di prevaricazione, ma di “valori non negoziabili”. Parole nobili, usate però come scudo per esercitare un potere sempre meno disposto ad accettare il dissenso.
Il punto è che il fascismo, quello vero, non è solo un’eredità storica da esorcizzare, é una mentalità. È l’idea che chi ha ragione, moralmente, possa permettersi tutto. Che il fine giustifichi i mezzi. Che l’avversario non sia un cittadino con diritti, ma un problema da rimuovere. Logica, che, oggi attraversa larghi settori della politica italiana, spesso quelli che si proclamano più “democratici” degli altri. La democrazia, invece, è una cosa fragile e scomoda, perché vive di conflitto, di pluralità, di voci che disturbano, non di unanimità forzata, né di superiorità etica autoproclamata. Quando una parte si arroga il monopolio del bene e usa lo Stato, i media o la cultura per schiacciare l’altra, la democrazia non avanza, muore. Non per un colpo di mano, ma per asfissia. Tra accuse urlate di fascismo e pratiche sempre più autoritarie. Tra applausi compiaciuti e coscienze assolte, dove il rischio più grande, a forza di evocare il passato, come spauracchio, é il non accorgersi dell’autoritarismo, che cresce nel presente, con un volto rispettabile e un lessico apparentemente irreprensibile.

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